di Balthazar
Mentre Washington firma il memorandum con Teheran per fermare la guerra iniziata il 28 febbraio, Tel Aviv traccia una nuova mappa per l’ocupazione del Libano.
Israele ha pubblicato ieri una zona di controllo militare ampliata nel sud Libano e dice chiaramente che non ritirerà i soldati schierati 10 km oltre il confine, con l’obittivo dichiarato di smantellare le posizioni di Hezbollah fino al fiume Litani e oltre. Ma l’accordo USA-Iran firmato mercoledì chiede “cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano incluso” e rispetto della “integrità territoriale del Libano”. È qui sta lo scontro, Netanyahu vuole mantenere la leva militare, Trump invece vuole chiudere il dossier Libano per salvare l’intesa con l’Iran. In mezzo, la lobby ebraica americana che si spacca tra sostegno incondizionato a Israele e pressione su Trump per evitare un’altra guerra infinita.
Israele vuole una “zona cuscinetto” fino al Litani e quindi non ha ritirato un soldato da quando ha invaso il sud Libano a marzo in risposta ai razzi di Hezbollah. Anzi, ieri ha diffuso una nuova mappa con la “dark red zone” che arriva fino a Nabatieh, più a nord del fiume Litani, con una estensione di diversi chilometri rispetto alla mappa di aprile. L’ambasciatore israeliano negli USA Yechiel Leiter ha dichiarato alla più importante rete radio americana NPR “mon ci ritireremo dal sud Libano, e i pazzi di Teheran non devono ficcare il naso”. Lo ha ribadito il ministro della Difesa Israel Katz: niente ritiro da Libano, Siria o Gaza “nonostante tutte le pressioni”.
Un alto ufficiale israeliano afferma che l’esercito “continuerà a rimuovere le minacce ai soldati e ai civili anche oltre la zona di sicurezza”, che tradotto dignifica altri raid possibili anche fuori dalla zona occupata. L’obiettivo strategico è smantellare definitivamente Hezbollah e ottenere “relazioni pacifiche” con Beirut, tanto che Netanyahu ha dato istruzioni per aprire un canale di pace, ma con la precondizione del disarmo di Hezbollah.
Sul terreno Hezbollah risponde con droni esplosivi che hanno ucciso e ferito soldati israeliani questa settimana., mentre il bilancio libanese è di3.700 morti e 1 milione di sfollati. Trump e l’accordo con Iran può fermare Netanyahu? Mercoledì USA e Iran hanno firmato un Memorandum per chiudere la guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz che prevede la fine immediata dei combattimenti “su tutti i fronti, incluso il Libano” e il rispetto della sovranità libanese,quindi il Presidente americano dispone di alcune leve, ma tutte limitate:
Al G7 ha affermato che Netanyahu dovrebbe usare un “tocco più morbido” in Libano, “non devi abbattere un palazzo ogni volta che c’è uno di Hezbollah” e due giorni prima lo aveva già redarguito affermando “è tempo di essere più responsabile con il Libano” e due giorni prima aveva intimato a Netanyahu di cessare I bombardamenti Per Teheran il cessate il fuoco in Libano è condizione sine qua non per l’intesa, e ha promesso di aiutare Hezbollah economicamente una volta sbloccati fondi e sanzioni, ma se se Israele continua i raid, Teheran può bloccare i negoziati sul nucleare.
Trump nel frattempo ha fatto sapere di aver parlato “tramite intermediari” anche con Hezbollah e di aver ottenuto promesse per uno stop agli attacchi, salvo aggiungere – in modo piuttosto bislacco – quindi – in modo piuttosto strano – che la lotta a Hezbollah poteva essere tranquillamente delegtab al presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Ma netanyahu resiste e a quetso punto si prefigurano alcuni scenari.
Il primo è che Donald riesce a frenare Bibi, ma non blocca, può imporre una tregua temporanea come il cessate il fuoco di 10 giorni di aprile, ma senza ilritiro israeliano, con una intesa che rimane comunque molto fragile. Le Monde scrive che il rapporto con Washington, “un tempo base del potere di Netanyahu, è diventato un peso (per Trump”, ma lo sta diventando anche per Israele come ormai affermano le destre al Governo di Tel Aviv.
Per comprendere come potrebbero evolvere I rappoti tra Donal e Bibi è importante capire gli umori delle lobby ebraica americana attualmente divise.L’ AIPAC – la maggiore organizzazione ebraica – plaude Trump e Rubio per il cessate il fuoco già ad aprile, ma ribadisce che “l’ostacolo alla pace è Hezbollah e i suoi sostenitori in Iran” quindi Israele ha diritto a difendersi e a tenere truppe in Libano finché Hezbollah resta armato, pertanto è urgente:“aumentare la pressione su Hezbollah” per attuare l’accordo. Parte della lobby ebraica , soprattutto I Democratici ebrei e gruppi come J Street di orientamento liberal, , spinge invece Trump a usare la leva sull’accordo Iran per forzare Netanyahu al ritiro poichè una nuova guerra in Libano affosserebbe l’intesa sul nucleare e danneggerebbe gli interessi USA visto che lo stesso Presidente americano ha affermato più volte di non voler “un’altra guerra infinita”. Al Congresso I Repubblicani filoisraeliani difendono Netanyahu, a spada tratta, mentre I Democratici chiedono la sopsensione degli aiutimmiolitari a Tel Aviv democratici chiedono condizioni agli aiuti militari. Il nodo politico è che l’accordo USA-Iran prevede sblocco di decine di miliardi cogelati e la revoca delle sanzioni. La lobby liberal statunitense sa che se Israele fa saltare il tavolo sul Libano, rischia di perdere influenza su Trump proprio quando l’intesa ridurrebbe la minaccia iraniana sul nucleare. Più in generale la cruda realtà è che fino a quando Hezbollah non si disarma e Israele non si ritira – magari anche solo simbolicamente – l’accordo USA-Iran resta a rischio e il Libano resta la ferita aperta che può far saltare non solo l’accordo, ma destabilizzare tutto il Medio Oriente per anni, anche solo con il cronicizzarsi di un conflitto strisciante che Israele da sola non può sostenere.
Nè è detto che un governo che sostitusca eventualmente Netanyahu dopo le prossime elezioni, adotti una linea più morbida ,perchè larga parte dell’opinone pubblica rimane ancora convinta che I conti con Teheran non siano ancora stati regolati del tutto e che Teheran rimanga per il Paese unrischio esistenziale, che purtoppo si va trasformando in “lebensraum” (spazio vitale) di triste memoria.
