Economia e Lavoro

Banche: Unimpresa, credito al consumo costa il 10%, prestiti a Pmi 4,18%

 

Famiglie e piccole imprese continuano a pagare tassi elevati per accedere al credito, mentre i risparmi depositati in banca vengono remunerati con rendimenti sempre più bassi. A marzo 2026 il credito al consumo è costato in media il 10,34%, i finanziamenti alle piccole e medie imprese il 4,18%, mentre i conti correnti hanno reso appena lo 0,29%. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale la riduzione dei tassi d’interesse decisa dalla Banca centrale europea (che li ha alzati dallo 2 al 2,25% solo la scorsa settimana) si è trasmessa rapidamente alla raccolta bancaria, ma solo in misura limitata e selettiva al costo dei prestiti. ‘Il dato più pesante – afferma Unimpresa – riguarda il credito al consumo. A marzo 2026 il Taeg (tasso annuo effettivo globale) applicato ai finanziamenti destinati alle famiglie si è attestato al 10,34%, sostanzialmente invariato rispetto al 10,50% di gennaio 2025. In oltre un anno il calo è stato di appena 0,16 punti percentuali, nonostante il progressivo allentamento della politica monetaria europea. Dopo essere sceso sotto il 10% nel dicembre 2025, il costo del credito al consumo è tornato rapidamente sopra la doppia cifra nei primi mesi del 2026. Anche il mercato dei mutui ha mostrato una trasmissione solo parziale dei tagli della Bce. Il Taeg sui finanziamenti per l’acquisto di abitazioni si è attestato al 3,81% a marzo 2026. Dopo una fase iniziale di lieve riduzione, i mutui hanno registrato una progressiva risalita nel corso del 2025, arrivando al 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, prima di un leggero arretramento nel mese successivo. Sul fronte delle imprese, il costo del credito resta significativamente più elevato per le aziende di minori dimensioni’.

Per i prestiti fino a un mln alle Pmi applicato un tasso d’interesse del 4,18%

‘I prestiti fino a un milione di euro, principale fonte di finanziamento per le pmi, hanno registrato un tasso medio del 4,18% a marzo 2026 – aggiunge -. Dopo aver toccato un minimo del 3,95% nell’agosto 2025, il costo dei finanziamenti per le piccole e medie imprese è tornato a salire nella seconda parte dell’anno, chiudendo il primo trimestre del 2026 su livelli superiori rispetto ai minimi registrati. Molto più favorevoli, invece, le condizioni applicate alle imprese di maggiori dimensioni. I finanziamenti oltre il milione di euro hanno registrato un tasso medio del 2,99%, inferiore di circa 1,2 punti percentuali rispetto a quello pagato dalle pmi. Un differenziale che conferma come la dimensione aziendale continui a rappresentare un fattore determinante nell’accesso a condizioni creditizie più vantaggiose. Per quanto riguarda la raccolta, i depositi complessivi di famiglie e imprese hanno offerto una remunerazione media dello 0,65%, in calo rispetto allo 0,85% di gennaio 2025. Ancora più basso il rendimento dei conti correnti, fermo allo 0,29%, vicino ai livelli minimi registrati nel corso del 2025 e inferiore allo 0,41% rilevato all’inizio dello scorso anno. Anche i depositi vincolati hanno visto ridursi significativamente la propria redditività. A marzo 2026 hanno reso in media il 2,45%, contro il 3,14% di gennaio 2025, con una diminuzione di 0,69 punti percentuali in poco più di un anno. Il confronto tra quanto le banche riconoscono ai risparmiatori e quanto chiedono a famiglie e imprese evidenzia margini ancora molto ampi. Tra il rendimento dello 0,29% dei conti correnti e il 10,34% del credito al consumo si registra una differenza superiore a 10 punti percentuali. Lo spread tra la remunerazione media dei depositi (0,65%) e il costo dei prestiti alle pmi (4,18%) è pari a 3,53 punti percentuali, mentre per le grandi imprese si attesta a 2,34 punti. ‘Si conferma una dinamica ormai consolidata: la discesa dei tassi ufficiali ha prodotto benefici immediati per le banche sul lato della raccolta, ma non si è tradotta in un analogo alleggerimento del costo del credito per famiglie e piccole imprese. La riduzione dei rendimenti riconosciuti ai risparmiatori è stata rapida e generalizzata, mentre quella applicata ai prestiti è risultata più lenta, selettiva e incompleta, mantenendo elevato il peso degli interessi su consumatori e sistema produttivo’, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Criticità per credito al consumo e mutui

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati statistici della Banca d’Italia, a marzo 2026 il costo del denaro in Italia ha mostrato un quadro ancora profondamente squilibrato. I tassi sui prestiti alle famiglie e alle imprese sono rimasti elevati, mentre la remunerazione dei depositi ha continuato a scendere o a ristagnare su livelli minimi. Lo spread tra ciò che le banche hanno incassato sui prestiti e ciò che hanno restituito ai risparmiatori ha raggiunto livelli che non trovano giustificazione nell’andamento della politica monetaria della Bce, che dal 2024 ha avviato una fase di progressivo allentamento, poi interrotta la scorsa settimana quando il costo del denaro è stato portato dal 2 al 2,25%. Il dato più eclatante ha riguardato il credito al consumo alle famiglie, che a marzo 2026 ha segnato un Taeg del 10,34%. Si è trattato di un valore rimasto sostanzialmente immobile per tutto il periodo osservato: a gennaio 2025 era al 10,50%, ha toccato un minimo relativo a dicembre 2025 a 9,97%, per poi risalire a marzo 2026 oltre la soglia del 10%. In quindici mesi la variazione complessiva è stata di appena -0,16 punti percentuali, a fronte di una discesa dei tassi Bce ben più consistente. Le famiglie che hanno fatto ricorso al credito al consumo – prestiti personali, finanziamenti per acquisti, cessioni del quinto – hanno continuato a pagare tassi a doppia cifra indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria. I mutui abitativi hanno mostrato un’evoluzione diversa ma non priva di criticità. Il Taeg è sceso da 3,50% di gennaio 2025 a un minimo di 3,54% a marzo 2025, per poi risalire gradualmente fino a 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, e attestarsi a 3,81% a marzo 2026. Un andamento paradossale: mentre la Bce ha tagliato i tassi, i mutui hanno visto una risalita nel corso del 2025, evidenziando quanto la trasmissione della politica monetaria al mercato del credito alle famiglie sia rimasta parziale e selettiva.

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