La sfida geopolitica tra Israele e Turchia prosegue apertamente, e mentre Ankara e Tel Aviv alzano il livello dello scontro retorico, Recep Tayyip Erdogan e Benjamin Netanyahu muovono le rispettive pedine per consolidare le proprie posizioni strategiche.
di Andrea Muratore (*)
La sfida geopolitica tra Israele e Turchia prosegue apertamente, e mentre Ankara e Tel Aviv alzano il livello dello scontro retorico, Recep Tayyip Erdogan e Benjamin Netanyahu muovono le rispettive pedine per consolidare le proprie posizioni strategiche. Nel quadro del riassetto del Medio Oriente, la rotta di collisione tra due delle maggiori potenze regionali sembra essere indirizzata e, anche se l’ipotesi di un conflitto aperto tra Ankara e Tel Aviv appare remoto e frenato da diverse questioni come il comune legame strategico con gli Usa, sicuramente è ormai a viso aperto in corso una partita di potere che tocca un arco di crisi esteso dal Corno d’Africa all’Europa orientale.
Le ultime settimane hanno conosciuto un climax ascendente. Nei giorni scorsi si sono aggiunti tre elementi chiave. Primo: nuove incursioni israeliane in Siria nell’area di Tel Abu Qubais, con l’obiettivo di creare una zona di sicurezza a Sud nel Paese guidato da Ahmad al-Sharaa, stretto alleato e protegé dei turchi che ne hanno sostenuto l’ascesa a Damasco durante la caduta di Bashar al-Assad a fine 2024. Secondo tema: la svolta di Erdogan sul Libano, che Ankara ha inserito nel suo perimetro di sicurezza.
Criticando i raid israeliani dopo la firma del cessate il fuoco Usa-Iran e contestando l’ambizione di Tel Aviv di espandersi in Libano, Erdogan ha dichiarato che la sicurezza della Turchia passa da Beirut. “Ankara sospetta che l’influenza israeliana sia stata alla base dello storico accordo di delimitazione marittima siglato dal Libano con Cipro nel novembre 2025, che apre la strada alla potenziale esplorazione di giacimenti di gas offshore e alla cooperazione energetica nel Mediterraneo”, nota Rfi. Per la Turchia, un Libano egemonizzato da Israele amplierebbe il cordone sanitario regionale.
Israele ha rilanciato nei Balcani: Zeljka Cvijanović, membro serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, ha visitato Israele incontrando Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar utilizzando, negli incontri, solo la bandiera della Repubblica Srpska che rappresenta. Rinfocolando retoricamente il separatismo dei serbo-bosniaci, ritenuto a lungo un fattore di instabilità potenziale in un’area di pertinenza strategica per la Turchia ove Israele conta già una solida alleanza con la Grecia, rivale di Ankara, e corteggia l’Albania, altro Paese spesso vicino a Ankara sul piano geopolitico.
Il leader storico dei serbo-bosniaci, Milorad Dodik, ha detto al Jerusalem Post che la Srpska è “l’Israele dei Balcani”. Una mossa che lascia presagire nuovi rafforzamenti politici dei rapporti bilaterali. La tentazione di Israele di soffiare sui fuochi separatisti in funzione anti-turca non è nuova: si è vista anche in Somaliland, Paese che di recente ha aperto la sua ambasciata a Gerusalemme in sfida aperta al governo centrale della Somalia sostenuto da Ankara che attraverso Mogadiscio si proietta oltre il Mar Rosso e sull’Oceano Indiano.
Tutto lascia presagire che Israele e Turchia stiano preparando una rete di pesi e contrappesi capaci di fungere da leva nei propri confronti e poteri frenanti verso gli avversari in caso di futuro peggioramento del quadro multilaterale. Potenze con volontà egemoniche, guidate da leader spregiudicati e in cerca di alleati e satelliti, Ankara e Tel Aviv sanno che l’ora di una qualche forma di scontro potrebbe avvicinarsi. E non vogliono lasciare nulla di intentato per costruirsi le reti necessarie a premunirsi da ogni minaccia.
(*) InsideOver
