Politica

Se gran parte del Sud ora è in crisi, le colpe ricadono anche sulle sue Regioni

 

di Michele Rutigliano (*)

 

Dopo oltre cinquant’anni di regionalismo, in tanti, soprattutto al Sud, si chiedono se non sia giunta l’ora di ripensare l’intero assetto istituzionale del Mezzogiorno. Purtroppo, i dati sulla povertà e sull’emigrazione giovanile della Basilicata e della Calabria non sono un episodio isolato. Sono l’ennesima conferma di un fenomeno che investe tutto il Mezzogiorno: migliaia di giovani che ogni anno lasciano la propria terra, la natalità ai minimi storici, un progressivo invecchiamento della popolazione e un’economia che fatica a creare sviluppo stabile e lavoro qualificato. C’è da aggiungere poi che nel resto dell’Italia le cose vanno anche peggio. In tutto il nostro Paese, infatti, siamo passati dal milione e più di neonati nel 1964 ai 325.000 del 2025.  Di fronte a questo scenario non basta, come spesso accade, puntare il dito contro Roma o contro Bruxelles. Sarebbe una lettura comoda, ma ingannevole e incompleta. Se il Sud continua a perdere terreno, una parte importante delle responsabilità ricade sulle sue stesse istituzioni regionali. Le Regioni ordinarie, nate negli anni Settanta con l’obiettivo di avvicinare le istituzioni ai cittadini e ridurre gli squilibri territoriali, hanno rappresentato una grande innovazione democratica. Tuttavia, dopo oltre mezzo secolo, è doveroso chiedersi se quel modello abbia realmente prodotto i risultati che il Sud si attendeva.

Troppa amministrazione, poca politica

Le Regioni meridionali hanno spesso privilegiato la gestione dell’esistente rispetto alla costruzione del futuro. Sono cresciuti apparati burocratici, enti, agenzie e procedure, mentre è progressivamente diminuita la capacità di elaborare una strategia di lungo periodo. La responsabilità, però, non appartiene soltanto ai partiti. Non diamo a Cesare quel che non è di Cesare.  In questi decenni si sono alternati governi regionali di ogni colore politico senza modificare sostanzialmente la traiettoria del Mezzogiorno. Il problema riguarda soprattutto la qualità delle classi dirigenti, che sono espressione della società civile, delle professioni, delle università, dell’impresa e delle organizzazioni sociali. Quando questi mondi rinunciano a selezionare il merito e la competenza, anche la politica finisce per perdere qualità e autorevolezza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre il resto del Mediterraneo cambia rapidamente, il Sud continua a discutere quasi esclusivamente di fondi da spendere, senza interrogarsi sul modello di sviluppo che intende costruire.

È tempo di pensare a una Macroregione del Mezzogiorno

Forse è arrivato il momento di aprire un confronto senza pregiudizi su una profonda riforma istituzionale.  L’attuale frammentazione del Mezzogiorno in otto Regioni, spesso incapaci di coordinare politiche comuni, mostra tutti i suoi limiti.  Perché non costruire, seppure gradualmente, una Macroregione europea nel nostro Mezzogiorno? Non un semplice accorpamento amministrativo, ma una nuova architettura istituzionale capace di programmare insieme infrastrutture, porti, energia, università, ricerca, politiche industriali e sviluppo turistico, dialogando direttamente con l’Unione europea e con i Paesi del Mediterraneo e dell’Africa. Oggi il Sud rappresenta il naturale ponte dell’Europa verso il Mediterraneo. Eppure continua a presentarsi diviso, con strategie differenti e spesso concorrenti. In un mondo caratterizzato da grandi aree economiche e geopolitiche, questa frammentazione rischia di trasformarsi in una debolezza permanente. Va da sé che una Macroregione non risolverebbe automaticamente tutti i problemi. Nessuna riforma istituzionale può sostituire il buon governo. Ma potrebbe favorire una visione più ampia, una programmazione condivisa e una classe dirigente chiamata a misurarsi con sfide di dimensione europea, anziché con i soli confini regionali.

Il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di nuovi finanziamenti. Ha bisogno soprattutto di una nuova idea di sé stesso. Perché senza una visione politica del futuro continuerà a perdere giovani, imprese e speranze. E allora non basterà più denunciare i numeri del declino: bisognerà avere il coraggio di cambiare il modello che, dopo oltre cinquant’anni, ha dimostrato tutti i suoi limiti. In poche parole, le Regioni non devono essere difese perché esistono, ma perché sono utili ai cittadini. Se, dopo oltre mezzo secolo, non riescono più a garantire sviluppo, coesione e futuro, allora il coraggio della politica consiste nel ripensarle e non più nel conservarle per interessi di bottega o per consolidata abitudine. La vera grande battaglia che dovrebbero fare i meridionali è proprio questa: coalizzarsi in una sola, grande entità politica e istituzionale. Per contare di più, per parlare con una sola voce con il Governo italiano e con l’Europa. Se andiamo indietro nella Storia, cos’erano il Regno di Federico II di Svevia, quello di Murat e quello delle Due Sicilie, se non delle Macroregioni? E allora, se è esistita nel passato, perché ora, in prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, una Macroregione del Sud non la può realizzare la nostra Repubblica?

(*) Giornalista

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