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Usa-Iran, il miraggio dell’accordo

 

L’idea di intesa e la prudenza degli esperti

Al Jazeera – importante gruppo mediatico e rete televisiva satellitare con sede a Doha, in Qatar-  ha definito l’attuale riavvicinamento tra Washington e Teheran un “miraggio di accordo”: una cornice che promette distensione ma lascia irrisolti i nodi più spinosi.Tale lettura non è isolata, anche molti  analisti di think tank americani descrivono lo schema come una tregua con una buona veste diplomatica, più che una soluzione strutturale.

Il Council on Foreign Relations osserva che il memorandum prevede uno stop di 60 giorni per negoziare un “accordo finale”, con meccanismi di attuazione e un voto al Consiglio di Sicurezza ONU. Il problema è che i punti critici restano fuori. Steven Cook, senior fellow per il Medio Oriente al CFR ritiene che “le  parti non colmano i divari rimanenti. I negoziati, soprattutto sul nucleare, saranno lunghi e difficili”.

I nodi aperti che restano aperti

Il primo è il nucleare. Il memorandum parla di moratoria sull’arricchimento e di ispezioni rafforzate dell’AIEA, ma rinvia la parte operativa. Il vero snodo è la durata: Teheran ha parlato di 5 anni, Washington di 20. Le indiscrezioni indicano un compromesso a 12-15 anni, dopo cui l’Iran potrebbe tornare al 3,67% di arricchimento a scopi civili, con una clausola di estensione automatica in caso di violazioni, una novità rispetto al JCPOA, l’accordo internazionale del  del 2015.

Il secondo è il dossier missilistico e le reti regionali. filoiraniane Nel testo non compaiono né i missili balistici né i partner di Teheran. L’Atlantic Council nota che il regime potrebbe uscire dalla crisi con legittimità rinnovata, controllo interno intatto e margini economici maggiori, senza aver ceduto sul nucleare né sui suoi asset strategici.

Il terzo è la fiducia. Dopo l’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 e 70 giorni di guerra che hanno ridotto la capacità nucleare iraniana, Teheran chiede garanzie. Washington vuole smantellare il blocco navale e riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio di aperture iraniane, ma è una logica di scambi tecnici, condizionata alla “buona fede operativa” delle parti.

Il rischio di un’altra pausa non della pace

Amwaj Media definisce il quadro un tentativo di “filare un ago molto stretto”. Iran chiede fine delle sanzioni, sblocco degli asset e stop alla campagna militare. Gli Stati Uniti vogliono lo Stretto aperto, il nucleare sul tavolo e una de-escalation regionale. Israele non è parte del negoziato e chiede lo smantellamento di Hezbollah. Nessuno di questi obiettivi è pienamente compatibile.

Il risultato è che gli allegati servono a rimandare le incompatibilità abbastanza a lungo da far dichiarare vittoria a entrambi. Se in 60 giorni non si chiude, il testo stesso non dice se sarà un accordo durevole o “un’altra pausa con una luce migliore”.

Le conseguenze sul campo

Per Teheran l’intesa significherebbe sollievo economico e rientro diplomatico con Washington. Per gli Stati Uniti significherebbe petrolio che torna a circolare e un contenimento della crisi senza nuova escalation. Per Israele la percezione è opposta: secondo l’Atlantic Council solo il 18% degli israeliani sostiene l’intesa, ma la stragrande maggioranza  vede mancare I vincoli su nucleare, sui missili,  proxy fioiraniani e teme un rafforzamento di Teheran. iraniano.

Conclusione

La tesi di Aljazera trova quindi riscontro in diversi analisti occidentali: l’accordo esiste sulla carta, apre canali e abbassa il prezzo del petrolio, ma non chiude il contenzioso strategico. Resta una costruzione temporale, dipendente da moratorie, ispezioni e volontà politica. Finché nucleare, missili e architettura regionale restano fuori, l’intesa funziona come gestione della crisi, non come sua risoluzione. In termini pratici è un’intesa che evita la guerra immediata, non che la rende impossibile in un futuro anche non lontano.

BTZ

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