di Michele Rutigliano (*)
Da un po’ di mesi a questa parte, complice la costituzione di “Futuro Nazionale, il nuovo partito del Generale Vannacci, il dibattito politico è tornato a infiammarsi sulle proposte più radicali in materia di immigrazione. Fino ad evocare, in alcuni ambienti dell’estrema destra, la cosiddetta “Remigrazione”, mentre il nostro Paese continua a fare i conti con un’emergenza assai più concreta e, soprattutto, assai più pericolosa: il progressivo svuotamento dell’Italia e, in particolare, del Mezzogiorno. I numeri parlano con una chiarezza che dovrebbe mettere tutti d’accordo. L’Italia registra da anni un crollo delle nascite e un saldo naturale fortemente negativo. Nel 2025 sono venuti al mondo appena 355 mila bambini, mentre i decessi hanno superato di gran lunga le nascite. Nello stesso tempo il saldo migratorio con l’estero ha contribuito in misura decisiva ad attenuare la perdita complessiva di popolazione. È un dato che non appartiene alle opinioni, ma alla realtà. E questa realtà assume contorni ancora più drammatici nel Mezzogiorno. Basilicata, Calabria, Molise, Sardegna e molte aree interne della Campania, della Puglia e della Sicilia vedono diminuire costantemente i propri abitanti. I giovani partono, i matrimoni diminuiscono, le famiglie diventano sempre meno numerose, le scuole chiudono, gli esercizi commerciali abbassano le serrande e i servizi pubblici arretrano. Il vero inverno del Sud non è climatico. È demografico.
La storia del Mezzogiorno nasce dall’incontro tra i popoli
Di fronte a questo scenario sorprende il ritorno di slogan che ripropongono l’idea di un Paese da difendere attraverso la chiusura nei confronti dello straniero. La storia del Mezzogiorno racconta esattamente il contrario. Il Sud d’Italia non è mai stato una terra costruita sull’isolamento. È stato, piuttosto, uno dei più grandi laboratori di civiltà del Mediterraneo. La Magna Grecia fece nascere città che ancora oggi rappresentano uno dei fondamenti della cultura europea. Roma integrò il Meridione nella rete economica e politica dell’Impero.I Bizantini conservarono un patrimonio religioso, artistico e giuridico che ancora caratterizza vaste aree del Sud. Gli Arabi introdussero innovazioni nell’agricoltura, nell’irrigazione, nella matematica e nei commerci. Successivamente Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Borboni contribuirono, ciascuno con il proprio patrimonio culturale e istituzionale, alla costruzione della società meridionale. Naturalmente ogni stagione storica ebbe luci e ombre. Ma una verità rimane difficilmente contestabile: il Mezzogiorno è cresciuto quando è stato capace di dialogare con il Mediterraneo e con l’Europa, non quando si è rinchiuso nella paura dell’altro. La sua identità non è nata dalla chiusura, ma dalla capacità di accogliere, assimilare e trasformare culture diverse in una straordinaria sintesi civile.
Accogliere con regole significa difendere il futuro
Naturalmente nessuno sostiene che l’immigrazione debba essere priva di regole. Al contrario. Servono legalità, controlli efficaci, contrasto all’immigrazione clandestina, programmazione dei flussi, percorsi di integrazione e pieno rispetto delle leggi dello Stato. Ma una cosa è governare l’immigrazione. Un’altra è considerarla il principale problema dell’Italia. Le imprese agricole del Mezzogiorno faticano a trovare lavoratori. Molte aziende industriali cercano personale qualificato. Il sistema dell’assistenza agli anziani, della sanità, del turismo e di numerosi servizi essenziali si regge ormai anche sul contributo di migliaia di lavoratori stranieri regolarmente presenti nel nostro Paese. In molti piccoli comuni meridionali sono proprio le famiglie immigrate ad avere impedito la chiusura di scuole, attività commerciali e servizi di prossimità.
Non è retorica. È ciò che accade in tante realtà locali. Per questo una politica che punti indiscriminatamente ad allontanare gli immigrati regolari o a scoraggiare ogni forma di nuova immigrazione rischia di produrre un effetto paradossale: accelerare proprio quella desertificazione demografica che già oggi rappresenta la principale emergenza del Sud. Si può discutere sul numero degli ingressi, sulle modalità di selezione, sui criteri di integrazione. È un confronto legittimo. Ma non si possono ignorare i fatti. Un Paese che perde ogni anno centinaia di migliaia di giovani, che vede diminuire le nascite e aumentare l’età media della popolazione non può pensare di affrontare il proprio declino semplicemente riducendo la presenza di chi lavora, paga le tasse, apre imprese, frequenta le scuole italiane e contribuisce alla vita delle comunità. Il destino del Mezzogiorno non si gioca sulla paura. Si gioca sulla capacità di creare lavoro, trattenere i giovani, sostenere la natalità e costruire un’immigrazione regolare, programmata e realmente integrata. Perché il vero nemico del Sud non è l’immigrazione. È lo spopolamento. Le case vuote non difendono l’identità di un territorio. Le scuole che chiudono non rafforzano una comunità. I paesi che si svuotano non custodiscono la tradizione: la consegnano lentamente all’abbandono. La storia del Mezzogiorno insegna che le civiltà più grandi sono nate dagli incontri tra i popoli. Oggi quella stessa lezione dovrebbe guidare una politica capace di guardare oltre gli slogan e di scegliere il futuro, senza farsi trascinare né dall’odio né dalla paura.
(*) Giornalista
