Esteri

Russia e Cina puntano sulla Via della Seta Artica approfittando dello scontro su Hormuz

 

di Giuliano Longo (*)

L’analisi delle recenti evoluzioni geopolitiche ed economiche conferma la portata della cooperazione strategica tra Pechino e Mosca lungo le rotte polari.

Mentre il Medio Oriente e i tradizionali punti di strozzatura marittimi (come lo Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb e il Canale di Suez) soffrono di una crescente instabilità dovuta a conflitti regionali e attacchi alle rotte commerciali, la Cina e la Russia hanno impresso una forte accelerazione al progetto della “Via della Seta Artica” (o Ice Silk Road), integrata nella Northern Sea Route (NSR) controllata da Mosca.

Il recente avvio di servizi di trasporto container regolari tra i porti cinesi (come Ningbo) e l’Europa del Nord (come Felixstowe) attraverso l’Artico dimostra che il corridoio non è più una semplice ipotesi di scuola, ma una realtà operativa che riduce i tempi di percorrenza da circa 40 a poco più di 20 giorni durante la stagione estiva.

L’avvio di rotte commerciali regolari lungo le coste artiche russe rappresenta una svolta epocale per la logistica mondiale. Una compagnia di navigazione cinese come la Sea Legend ha recentemente inaugurato un servizio settimanale di portacontainer che collega il porto cinese di Ningbo a quello britannico di Felixstowe facendosi strada tra le rotte polari.

I numeri raccontano il cuore del vantaggio economico: rispetto ai circa quaranta giorni richiesti dal tragitto tradizionale attraverso l’Oceano Indiano e Suez, il passaggio a nord consente di dimezzare i tempi di percorrenza, riducendoli a poco più di venti giorni durante la finestra estiva.

Ma l’impatto economico è solo una faccia della medaglia.

Il vero motore dell’intesa tra Vladimir Putin e Xi Jinping è squisitamente geopolitico. Per la Cina, autodefinitasi “Stato vicino all’Artico” – garantirsi una via di comunicazione protetta –  significa allontanare l’incubo di un eventuale blocco navale americano in punti critici come lo Stretto di Malacca o di Hormuz.

Per la Russia, duramente colpita dalle sanzioni occidentali, l’Artico si trasforma in un polmone vitale per l’esportazione verso l’Asia di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio estratti dai giacimenti siberiani, oltre che in una leva di sovranità sul controllo dei mari polari.

Tuttavia, il quadro non è esente da incognite

Se da un lato il riscaldamento globale ha ridotto l’estensione della banchisa ghiacciata rendendo navigabili tratti un tempo proibitivi, dall’altro le condizioni estreme della regione richiedono costi di gestione elevati, navi certificate e il continuo ausilio della flotta di rompighiaccio nucleari russi gestita da Rosatom.

Ciononostante, il gioco di sponda tra Mosca e Pechino dimostra come il baricentro della geopolitica marittima si stia progressivamente spostando. La Via della Seta di ghiaccio non è più una suggestione futuribile o una mera rotta di riserva, ma una realtà operativa in grado di ridefinire gli equilibri tra Oriente e Occidente.

Mettendo gradualmente in secondo piano la dipendenza dalle storiche strozzature mediorientali, il blocco eurasiatico sta tracciando una nuova mappa del commercio globale, dove il freddo dell’Artico diventa il nuovo epicentro della competizione globale.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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