Economia e Lavoro

I nuovi lavori dei giovani? Forse siamo noi a non averli ancora capiti

 

di Riccardo Bizzari (*)

 

 

Ogni generazione ha guardato con sospetto quella successiva. Quando nacque la televisione, qualcuno disse che avrebbe ucciso la lettura. Quando arrivò Internet, si parlò della fine delle relazioni umane. Oggi il bersaglio sono i social network, i creator, TikTok, YouTube e quel mondo che molti adulti liquidano con una frase tanto semplice quanto superficiale: “Quelli non lavorano.”

Eppure basta osservare con attenzione realtà come i Seven Sins per capire che forse siamo davanti a qualcosa di molto diverso. Dietro quei video da milioni di visualizzazioni non ci sono soltanto ragazzi che rincorrono un pallone o uno smartphone. C’è un’organizzazione, c’è progettazione, c’è marketing, c’è comunicazione, c’è capacità di creare eventi, di coinvolgere migliaia di persone e di trasformare un’idea in un progetto imprenditoriale.

In altre parole, c’è lavoro. Un lavoro nuovo, certo. Ma pur sempre lavoro. Ascoltando le parole del capitano Nidhal si coglie una caratteristica che troppo spesso sfugge a chi osserva questo mondo da lontano: nulla nasce per caso. Dietro ogni contenuto ci sono ore di preparazione, allenamenti, riunioni, riprese, montaggi, strategie comunicative, gestione dei social, rapporti con sponsor, organizzazione di eventi e una continua ricerca di idee. È un mestiere che richiede creatività, ma anche disciplina. E forse proprio questo è il messaggio più importante per tanti ragazzi. Per anni abbiamo detto loro di inseguire i propri sogni. Poi, quando qualcuno lo fa davvero, siamo i primi a sorridere con sufficienza.

“Ma quello è un lavoro?” La domanda è sbagliata.

La domanda giusta è un’altra. Quante persone riescono oggi a vivere grazie alle proprie competenze digitali?

La risposta è: sempre di più. Creator, videomaker, social media manager, organizzatori di eventi, grafici, fotografi, streamer, esperti di marketing digitale, content creator, montatori video, speaker, professionisti della comunicazione. Professioni che fino a dieci anni fa quasi non esistevano e che oggi rappresentano un settore economico in continua crescita. Naturalmente non basta aprire un profilo TikTok per avere successo.

Così come non bastava comprare una chitarra per diventare Lucio Battisti o tirare due calci a un pallone per essere Roberto Baggio. Il talento resta fondamentale.

Ma senza sacrificio il talento serve a poco. Ed è qui che i Seven Sins raccontano qualcosa di interessante. Dietro l’apparente leggerezza dei loro contenuti c’è una comunità. C’è il valore della squadra, dell’amicizia, dell’organizzazione. C’è la voglia di costruire qualcosa insieme, parlando il linguaggio della Generazione Z senza rinunciare ai valori più antichi dello sport: il rispetto, il sacrificio, la lealtà e la capacità di rialzarsi dopo una sconfitta. In un Paese che troppo spesso descrive i giovani come svogliati, disinteressati e incapaci di assumersi responsabilità, forse dovremmo avere l’umiltà di guardarli con occhi diversi.

Perché il problema, forse, non sono loro. Siamo noi.

Siamo noi che continuiamo a misurare il lavoro con il cartellino da timbrare, con la scrivania, con l’orario dalle otto alle cinque.

Il mondo, però, è cambiato.

Oggi si può costruire un’azienda partendo da uno smartphone. Si possono creare eventi che richiamano migliaia di persone senza avere alle spalle una grande struttura.

Si può trasformare una passione in una professione.

Non succede a tutti. Ma non succedeva nemmeno quando il sogno era diventare avvocato, medico o calciatore.

Ogni epoca ha i suoi mestieri. Ogni rivoluzione ha i suoi pionieri. E ogni generazione ha il diritto di inventare il proprio futuro.

Naturalmente servono regole. Servono studio, preparazione e responsabilità. Perché il digitale non può diventare una scorciatoia per evitare la fatica. Deve esserne una forma diversa.

Ed è proprio questo il messaggio che dovrebbe arrivare ai ragazzi: il successo non nasce da un video virale, ma dalla costanza con cui si lavora ogni giorno quando nessuno guarda. Il filosofo Marshall McLuhan scriveva che “prima plasmiamo gli strumenti, poi gli strumenti plasmano noi.” I social network sono uno strumento. Possono diventare una dipendenza oppure una straordinaria opportunità. Dipende da come li utilizziamo. E forse è questa la vera lezione che esperienze come quella dei Seven Sins possono lasciare ai più giovani. Non imitate qualcuno perché è famoso.

Imitatelo se dietro quella notorietà trovate impegno, serietà, passione e rispetto. Perché la notorietà passa. Le competenze restano. I follower diminuiscono. La credibilità, invece, cresce un giorno alla volta. Il futuro del lavoro non sarà fatto soltanto di uffici e fabbriche. Sarà fatto di idee. Di comunicazione. Di tecnologia. Di sport. Di creatività.

Di persone capaci di trasformare una passione in un progetto. E se questo significa vedere migliaia di ragazzi entusiasmarsi per un gruppo nato sul web che trasmette spirito di squadra, rispetto e voglia di costruire qualcosa insieme, allora forse dovremmo smettere di chiederci se sia un “vero lavoro”.

La domanda da porci è un’altra.  Perché continuiamo a giudicare il futuro con gli occhi del passato?

(*) Giornalista

Related posts

Parte la protesta dei piccoli armatori del Golfo di Napoli

Redazione Ore 12

Clima di fiducia in lieve aumento per consumatori e imprese. Il report di Istat

Redazione Ore 12

Banche, Panetta: “Il sistema italiano è tra i più redditizi d’Europa, i ricavi continuano a crescere”

Redazione Ore 12