di Giuseppe Onorati
Alcune figure trascendono la biografia individuale, rappresentando un’epoca ed un mondo ormai consegnati alla storia ed al fascino letterario che racconta una bell’ époque.
Osvaldo Bagnoli è una di queste figure. Un signore umile, con un’indole mite e pragmatica, che lo portava ed essere schivo ed a smorzare eccessivi slanci enfatici, anche quando stava scrivendo la storia, come per la vittoria dello scudetto da parte del suo Verona nella stagione 1984/85. Ci ha salutati Venerdì scorso, nella sua Verona, città con cui da anni aveva stabilito un legame d’amore indissolubile.
Bagnoli nasce a Milano nel 1935, nel quartiere settentrionale della Bovisa. Venendo da una famiglia operaia, in un ambiente ad alta numerosità operaia, come quello delle Bovisa, probabilmente introietta l’imprescindibile valore del lavoro e dell’organizzazione collettiva, che tanto caratterizzeranno la sua professione di calciatore ma soprattutto di allenatore.
Da calciatore gioca nel ruolo di centrocampista interno e approda ben presto al Milan, dove nello stesso reparto c’è Nils Liedholm, che lo prende sotto la sua ala. Con i rossoneri vince lo scudetto del 1957 e poi inizia a girare per l’Italia, approdando anche a Verona, città in cui incontra sua moglie e con cui intesse un rapporto stretto , sia umanamente che professionalmente.
Degli infortuni lo portano a chiudere la carriera da calciatore ed inizia quella da allenatore, nella quale dimostra subito di avere grandi capacità a gestire gli uomini ed a formare squadre equilibrate tatticamente (queste sue grandi qualità gli valgono l’appellativo di mago, come Helenio Herrera). Dal Verbania alla Solbiatese a Como; da Rimini a Fano, a Cesena e poi a Verona, dimostra le grandi qualità, per poi segnare la storia nella città scaligera.
Con l’Hellas Verona guadagna la promozione in serie A nella stagione 1981/82, per poi subito iniziare un percorso in serie A, nel quale i veneti si confermano squadra rispettabile, che arriva in zona U.E.F.A. e che approda per due anni consecutivi alle finali di Coppa Italia, perse con la Juventus nella stagione 1982/83 e con la Roma nella stagione 1983/84.
E’ nell’estate del 1984 che prende corpo il capolavoro inaspettato. Bagnoli con l’ausilio della società, rafforza una squadra costituita dagli “scarti” di società blasonate, in cui non trovano spazio ma che tuttavia nella prima metà degli anni Ottanta, con mister Bagnoli, stanno dimostrando di essere una realtà da medio-alta classifica e caratura internazionale. Nel blocco dei vari “scartati dal blasone” come Tricella, Garella, Fanna, Di Gennaro, Galderisi ed altri, s’innestano il difensore tedesco dell’Ovest Hans Peter Briegel (veterano conosciuto dal pubblico italiano per essere stato uno dei protagonisti della finale di Spagna 1982) ed il dirompente centravanti della Danimarca Preben Larsen Elkiaer, che si è messo in mostra nel campionato europeo del 1984. Ed è così che nasce il Verona dello scudetto 1984/85, una squadra che senza alcun favore del pronostico, impera dalla prima all’ultima giornata di un campionato che, in quel momento storico, rappresenta l’Olimpo del Calcio, con protagonisti quali: Maradona, Zico e Platini su tutti.
Quell’impresa, che guadagna densità domenica dopo domenica, pone al centro della scena Osvaldo Bagnoli, il suo sistema tattico, il modo di gestire i giocatori; ogni domenica però Bagnoli, con la sua umiltà ed il suo equilibrio da pragmatico realista, smorza i toni di enfasi ed esuberanza, parlando come se il Verona sia quasi una compagine lottante per non retrocedere (questi toni fanno sì che scherzosamente Gianni Brera lo chiami Shopenhauer, rimandando al pessimismo del filosofo di Danzica). Finanche la domenica del 12 Maggio 1985, a Bergamo, a pochi minuti dalla fine della partita che il Verona sta pareggiando 1 a 1 con l’Atalanta, risultato che offrirebbe l’aritmetica acquisizione dello scudetto agli scaligeri, non sembra voler sciogliersi a cenni di soddisfazione e contentezza per la vittoria, per poi nella “canonica” intervista di Gianpiero Galeazzi a fine gara, ammettere con il sempre equilibrato tono di chi è autenticamente umile, che il suo Verona abbia meritato di essere campione d’ Italia.
Quell’impresa elegge Bagnoli ed i suoi ragazzi patrimonio storico della città di Verona , soprattutto nel cuore dei veronesi e comunque inscrive Bagnoli e la sua squadra nella storia del Calcio; esempio di un Calcio che non c’è più, collocato in una società che ne gustava più le qualità letteraria e poetica di gesti tecnici, di ritmi meno intensi ma più esteticamente validi e di biografie eroiche.
Nella stagione 1989/90 alla crisi societaria si aggiunge una quasi inevitabile retrocessione in serie B del Verona e Bagnoli approda per la stagione successiva al Genoa. Anche nel capoluogo ligure le sue qualità si evidenziano, con una squadra spumeggiante che si classifica quarta, accede in Coppa U.E.F.A., torneo nel quale giungerà in semifinale e passerà alla storia per una gran vittoria ottenuta per 2 a 0 sul Liverpool all’Anfield.
Nella stagione 1992/93 ha il compito di ricostruire l’Inter del post-Trapattoni, proveniente da una stagione sperimentale e di transizione disastrosa. Anche a Milano, dopo un inizio incerto, costruisce una squadra solida e competitiva, che in seguito ad un gran recupero, lotta testa a testa con l’invincibile Milan di Fabio Capello per lo scudetto, piazzandosi al secondo posto e riportando l’Inter nuovamente ad essere una grande protagonista.
Nella stagione successiva nonostante i grandi investimenti da parte della società, ci sono problemi di adattamento per alcuni giocatori, che pesano sugli equilibri della squadra e si registrano problemi per l’allenatore nel rapporto con alcuni uomini. L’Inter zoppica in campionato e Bagnoli diviene il “capro espiatorio” (per ammissione poi dello stesso presidente Pellegrini, pentito della scelta) della crisi, esonerato a Febbraio in seguito alla sconfitta casalinga con la Lazio.
Dopo l’esonero, a soli 59 anni, Osvaldo Bagnoli decide di lasciare un Calcio che ormai, nella prima metà degli anni Novanta, sta diventando frenetico nei ritmi, sempre più in mano alle logiche del capitalismo, più connotabile come modello di business, che come un gioco. Un mondo che inizia ad essere distante da quello basato sui rapporti umani autentici e lavoro sul campo, congeniale al Mago della Bovisa, di cui ne è simbolo.
