di Emilio Orlando (*)
Roma, 21 lug. (LaPresse) – Prove “poche e tutte controverse”, incapaci di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità dell’imputato, e una superteste ritenuta non credibile. Sono queste le ragioni che hanno portato la Corte d’Assise d’Appello di Roma ad assolvere Raul Esteban Calderon, alias Gustavo Alejandro Musumeci, dall’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, l’ex capo degli Irriducubili della Lazio conosciuto come “Diabolik”, ucciso con un colpo di pistola il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti a Roma. Le motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, spiegano perché i giudici, l’8 maggio scorso, hanno ribaltato la condanna di primo grado. Secondo la Corte, il quadro probatorio non è risultato sufficientemente solido per sostenere una condanna. Gli elementi raccolti nel corso delle indagini e del processo, infatti, non hanno consentito di attribuire con certezza a Calderon l’esecuzione materiale del delitto. Le conclusioni dei magistrati d’appello coincidono in larga parte con le contestazioni avanzate dai difensori dell’imputato, gli avvocati Giandomenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi, che avevano messo in discussione la consistenza dell’impianto accusatorio, la valutazione delle testimonianze, gli accertamenti balistici e antropometrici e il ricorso, nella sentenza di primo grado, a considerazioni sui presunti mandanti dell’omicidio, estranei a quel processo. Nelle motivazioni la Corte osserva che il procedimento riguardava esclusivamente la posizione di Calderon quale presunto killer di Piscitelli, mentre la sentenza di primo grado aveva dedicato ampio spazio alla ricostruzione del movente e all’individuazione dei possibili mandanti, facendo riferimento anche a soggetti già destinatari di archiviazioni o di rigetti delle richieste cautelari. Un passaggio centrale riguarda la deposizione dell’ex compagna dell’imputato, Rita Bussone, considerata il principale teste dell’accusa. I giudici evidenziano le numerose incongruenze tra quanto dichiarato durante le indagini e quanto riferito successivamente in aula. Nelle motivazioni si legge che “la credibilità della donna ne viene irrimediabilmente minata” e che “la valutazione della credibilità della Bussone è destinata ad essere tendenzialmente negativa”. Per la Corte, inoltre, Bussone non avrebbe mai raccolto una confessione diretta da Calderon, ma avrebbe maturato il convincimento della sua responsabilità sulla base di deduzioni personali, legate alla scomparsa di alcune armi e alla presunta disponibilità di denaro. Dubbi vengono espressi anche sugli accertamenti tecnici. La consulenza balistica, relativa al confronto tra il bossolo trovato sulla scena del delitto e una cartuccia riconducibile alla rapina alla gioielleria Mangiucca, ha restituito un esito di livello “C”, giudicato inconcludente. Per questo la Corte afferma che l’ipotesi secondo cui la pistola utilizzata per uccidere Piscitelli fosse la stessa sottratta durante quella rapina può essere soltanto “ben più che plausibile”, ma non dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Anche la consulenza antropometrica, basata sulle immagini delle telecamere di videosorveglianza, viene ridimensionata. Secondo i giudici, la qualità dei filmati non permette un’identificazione sufficientemente affidabile dell’uomo immortalato mentre si allontana dal Parco degli Acquedotti dopo l’agguato. Da qui la conclusione della Corte, che osserva come “viene così minata la tenuta del ragionamento inferenziale posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputato”. E nelle ultime pagine delle motivazioni sintetizza il principio che ha portato all’assoluzione: “gli elementi specifici di prova individuati a carico dell’imputato sono pochi e tutti controversi”.
(*) La Presse
