di Giuliano Longo (*)
In una sola settimana di luglio sono emerse due posizioni contrastanti alla Casa Bianca: da un lato l’intenzione di pianificare una guerra su vasta scala contro l’Iran, dall’altro la consapevolezza da parte dei vertici militari di non disporre delle risorse necessarie per condurla in sicurezza.
Tra la decisione politica e la sua fattibilità reale si apre un divario strutturale che definisce la crisi attuale.
La logica dell’escalation e gli arsenali vuoti
La strategia di Washington si basa su una logica autoreferenziale: un risultato militare richiede escalation, ma l’escalation consuma risorse più velocemente di quanto produca risultati.
Nei primi quaranta giorni di conflitto, gli Stati Uniti hanno già impiegato circa un terzo dei missili Tomahawk, un quarto dei JASSM, fino al 60% delle riserve di Patriot e l’80% dei THAAD.Il ripristino di queste scorte richiederà da tre anni e mezzo a oltre cinque anni. La carenza non è un problema congiunturale di filiera, ma un limite strutturale: le munizioni a guida di precisione richiedono anni di produzione e componenti rari.
Spendere i sistemi di difesa aerea (Patriot e THAAD) per proteggere le basi in Medio Oriente significa privarsi della copertura necessaria per futuri conflitti strategici.
La vulnerabilità logistica e le retrovie sotto attacco
L’Iran ha cambiato tattica, rinunciando a strike isolati per colpire metodicamente le infrastrutture di supporto alleate: magazzini, hangar, centri di comunicazione e impianti elettrici in Giordania, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
L’obiettivo iraniano non è sconfiggere l’esercito americano sul campo, ma renderne la presenza insopportabilmente costosa. In Kuwait, i raid mirano al deposito APS-5 (Camp Arifjan), snodo fondamentale per lo schieramento rapido delle forze di terra statunitensi. In questo modo,
Teheran punta a spingere i governi locali a limitare l’uso del proprio territorio da parte degli Stati Uniti.
Il costo economico e politico per gli elettori
Il conflitto si è trasferito dalla politica estera all’economia interna americana. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, il prezzo della benzina negli USA ha superato i 4-6 dollari al gallone, mentre le riserve strategiche di carburante sono scese a 210 milioni di barili, vicine alla soglia critica. L’aumento del costo del carburante è già costato oltre 70 miliardi di dollari ai consumatori.
A ciò si aggiungono la spesa militare diretta (oltre 110 miliardi di dollari) e i costi previsti per la ricostruzione delle basi danneggiate (250-300 miliardi).
A sei mesi dalle elezioni di metà mandato, la dimostrazione di forza all’estero rischia di trasformarsi in un boomerang politico interno.
Conclusioni
Attingere alle riserve di difesa aerea per un fronte secondario come quello iraniano rischia di deprivare i teatri primari, dal Pacifico alla NATO. Come dimostra la storia, le grandi potenze raramente crollano nei conflitti principali per cui si sono preparate, ma tendono a sovraesporsi nelle periferie, bloccate in guerre di logoramento dettate dalla riluttanza ad ammettere un errore strategico.
Lo stesso vale per la Russia di Putin con la differenza che il conflitto ucraino è diventato globale e non più periferico come avrebbe voluto Mosca.
