“Senza l’intervento dell’ente consorziale sarebbero stati contaminati 100.000 ettari di territorio e oggi saremmo a parlare non solo di grave danno ambientale, ma anche economico a discapito di un’agricoltura già penalizzata dalle conseguenze della crisi climatica”. Lo rileva Massimo Gargano, Direttore Generale di Anbi – Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue in merito allo sversamento di idrocarburi nel Naviglio Grande, nel Milanese. Alle operazioni di messa in sicurezza ha lavorato anche il Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi, che opera per conto di Regione Lombardia, contribuendo al presidio della rete idrica e alle attività necessarie a limitare la diffusione della sostanza inquinante, salvaguardando il sistema irriguo e le attività agricole servite dal Naviglio.
“Dalla lettura dei dati emerge che sono almeno 400 gli sversamenti di idrocarburi in acque superficiali, individuati annualmente in Italia e di cui un centinaio interessano alvei e falda; al loro contenimento e prelievo collaborano, laddove coinvolti, anche i Consorzi di bonifica che, a dispetto del nome, non hanno però alcuna competenza su tali emergenze, limitandosi alla bonifica agricola di tutt’altra natura”, precisa Francesco Vincenzi, presidente Anbi. Lungo la Penisola – rileva ancora Anbi, oltre il 30% degli inquinamenti ambientali, che vengono denunciati ai danni di corpi idrici, riguarda idrocarburi (gasolio, olio esausto, solventi petroliferi) perlopiù illecitamente sversati per evitare i costi di smaltimento.
“Il grave – conclude Vincenzi – è che la maggioranza di tali episodi è considerata come incidente colposo e spesso non si riesce a identificarne gli autori. Ciò si inserisce in un più ampio atteggiamento sociale, frutto di una carente cultura dell’acqua, che considera troppo spesso i corpi idrici come autentiche discariche. Ne sono testimonianza le rilevanti risorse destinate dai Consorzi di bonifica alla pulizia degli alvei soprattutto dalle materie plastiche, nonché il dato dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che indica come il 13% dei fiumi italiani non raggiunga il buono stato chimico”.
