di Alberto Bradanini (*)
In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991).
Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e più su Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).
In compenso, sul piano istituzionale va peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.
Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l’Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.
Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.
La chimera di una futuribile Federazione Europea, secondo un altro lessico distrattivo – che sarebbe per noi la disgrazia massima – non vedrà mai la luce: nessuna personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta, cui credono solo i più europei presenti in massa in ogni partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo, che porterebbe con sé il principio di solidarietà.
L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.
- Per immaginare un’alternativa occorre entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.
L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.
Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.
Per assicurare un avvenire a figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita, l’esistenza resta comunque breve.
Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono ancor più un bersaglio in caso di conflitto.
Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.
- La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti. Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.
(*) già Ambasciatore a Teheran e Pechino è Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea
