Loredana Vaccarotti
C’è un momento dell’anno, puntuale come l’afa e le zanzare, in cui gli influencer estivi riemergono dalle loro tane digitali. Li riconosci subito: pelle color biscotto scaduto, ottenuta non dal sole ma da un filtro chiamato “Tramonto di Bali”, applicato anche quando sono a Fregene. Vivono in un ecosistema particolare: una spiaggia che non esiste. Niente sabbia, niente bambini urlanti, niente pallonate assassine. Solo luce perfetta, onde disciplinate e un’aria che profuma di SPF 50 e autostima. Il mare: luogo sacro, ma non balneabile
Assurdo io vado in spiaggia come una naufraga: borsa, ombrellone, speranza. Loro no. Loro arrivano come se stessero girando una campagna di profumi: immobili, composti, cappello di paglia che sembra un panettone fuori stagione. Le donne poi dai bikini invisibili dell’arte del “non si vede ma c’è”, io neanche a 20 anni. Non sto giudicando, odio giudicare. Mi fanno sorridere poiché sono praticamente con un filo interdentale, una volta era solo dietro, ora anche davanti, coprono solo le ante della finestra poiché il linguine è completamente scoperto…tanto vale andare nella spiaggia per nudisti. Il reggiseno, un copricapezzolo e poi si mettono in pose assurde …tutto per un selfie da postare. Gli uomini? Ormai hanno la pelle più levigata di noi donne, di me, sicuro. Tutti palestrati, tutti con costumino tessuto “solo il dispensabile” tanto da comprendere che non c’è merce dentro.
Sono quelle o quelli che arrivano in spiaggia e tu ti chiedi: “Ma… è vestita/o? È nuda/o? È un miraggio? È un filtro?”
Il bikini è talmente microscopico che sembra disegnato con una matita HB. Se si muovono di un millimetro, il costume cambia continente. Eppure loro stanno lì, immobili, come se fossero stati scolpiti da un artista greco con problemi di vista. Le donne…ma perché proprio posa sedere? Posa “guarda che davanzali”
La didascalia è sempre la stessa: “Feeling free.” Certo, libera tutti. Con quel costume, è libero anche dal concetto di tessuto. Vogliamo parlare del trucco?
Io vado in spiaggia, spettinata, struccata, praticamente chi mi vede al mare è come se mi vedesse la mattina al risveglio, ma ci sono le regine del trucco resistente al caldo, quelle che a 42 gradi hanno ancora il contouring perfetto. Tu sembri un pomodoro San Marzano abbandonato al sole. Loro, invece, hanno la faccia scolpita come un’icona del Rinascimento.
Il mascara non cola. Il fondotinta non si scioglie. Il rossetto non si muove. Nemmeno il sole osa toccarle: teme di rovinare l’opera, hanno più strati di trucco che la Cappella Sistina. Poi le ultra 50enni che sfilano come dive. MA GODETEVI LE VACANZE
Le cinquantenni influencer sono un fenomeno sociologico. Arrivano in spiaggia con la sicurezza di chi ha visto cose, fatto cose, e ora vuole solo una cosa: essere fotografata mentre finge di non voler essere fotografata.
La posa è sempre la stessa: un ginocchio piegato, una spalla in avanti, il mento verso l’orizzonte come se stessero aspettando una nave che non arriverà mai.
Sudano? Sì. Ma sudano con dignità, come statue di marmo lasciate al sole. Il sudore non rovina: lucida. Filtri ovunque. Filtri più del sole.
Il vero superpotere dell’influencer estiva è il filtro. Ne usa così tanti che, se la incontri dal vivo, non la riconosci. È come vedere un personaggio dei cartoni animati senza animazione.
Il filtro “Valencia”, il filtro “Sole delle Maldive”, il filtro “Pelle di porcellana”, il filtro “Ho dormito otto ore anche se non è vero”. A volte il filtro è talmente potente che cancella anche il mare dietro.
Tu guardi la foto e pensi: “Che bel tramonto.” Peccato che erano le 14:30.
Alla fine, gli influencer estivi sono un po’ come le statue dei musei: non sai come riescano a stare in quella posa, non sai come facciano a non sciogliersi, non sai come facciano a sembrare perfette /i mentre il mondo intorno a loro cola come una candela. Le dive estive non sudano: evaporano con stile.
L’influencer estivo ha una relazione complicata con il sole: lo ama, ma lo teme come un vampiro teme l’alba. Gira con creme che costano più di un weekend a Palermo. Le spalma ovunque: braccia, gambe, spalle, caviglie, anima. Poi ammonisce: “Proteggetevi.” Sembra un cartello dell’INAIL.
Scattano la foto. Scrivono: “Mare.” E poi non entrano. Perché l’acqua spettina, l’umidità gonfia, la sabbia sporca. Il mare, per l’influencer, è un museo: si guarda, non si tocca.
Per non parlare di quelli che fotografano le spiagge più belle… ma non possono entrarci
Sono i campioni mondiali del “ci sono ma non posso”. Postano baie caraibiche, calette segrete, spiagge da cartolina. Peccato che siano tutte viste da lontano, tipo documentario sugli animali rari.
Scrivono: “Paradiso.” E tu pensi: “Sì, ma perché stai su una scogliera a 200 metri?”
La verità è semplice: la spiaggia è privata, spiaggia costosa, l’accesso è vietato, il cartello dice proprietà privata – sorveglianza attiva, e loro, pur di fare la foto, si arrampicano come capre tibetane.
Risultato: noi vediamo il mare più bello del mondo, loro vedono solo il divieto d’accesso.
L’influencer culturale che va per capitali…meravigliosi
A Praga, davanti all’Orologio Astronomico, assumono l’espressione da “sto vivendo un momento mistico”. In realtà stanno solo aspettando che la luce scolpisca la mandibola, il bicipite, gli zigomi .
Sul Ponte Carlo posano come se stessero per essere incoronati re. Scrivono: “Magia.” Magia? Non sanno neanche che sotto c’è la Moldava. Se glielo dici, rispondono: “Che bello il Danubio”
A Roma, davanti al Colosseo, scattano la foto epica. Poi chiedono: “Ma si può entrare?” E lì capisci che la civiltà occidentale ha fatto il suo corso. Le colazioni sono un teatro assurdo.
La colazione dell’influencer è una performance. A Vienna ordinano la Sachertorte. La fotografano da ogni angolo: da destra, sinistra, di lato, da sopra… poi la lasciano lì perché “troppo pesante”.
A Napoli affrontano la sfogliatella come se fosse un drago. Scrivono: “Non temo i dolci.” La sfogliatella risponde: “Io temo te.”
Io? Foto di me, rare. Dei luoghi si, perché almeno rimangono in memoria. Da quando non sviluppo foto…ah! La pigrizia. Una volta si scattavano foto contate e si portavano a sviluppare, ora mille e tutte nel telefono.
Ops! A volte lo sono anche io Dove vi ho lasciati? Ah, si, quando arriva l’ondata di caldo, quella che scioglie i semafori e fa evaporare i pensieri, l’influencer entra in modalità documentaristica.
La fronte brilla come un lampione. Il mascara cola come un quadro di Dalí. Il costume diventa un’arma di distruzione di autostima.
Ma loro resistono. Perché devono postare. Devono raccontare. Devono dimostrare che “l’estate è un mindset”. Che poi significa: non posso mollare perché il mio engagement dipende dal mio sudore.
L’influencer estivo non vive: recita. Recita sul mare, nei monumenti, nelle colazioni, nelle città, nelle creme, nei tramonti.
Dana osserva, sorride, e annota: “L’estate passa, l’influencer no. Come la sabbia nelle scarpe” perché io sono un po’ Bridget Jones
