di Balthazar
Fra le enormi difficoltà che il popolo e l’esercito ucraino debbono affrontare – sottovalutate anche dai suoi “volenterosi” alleati – vi è il calo demografico della popolazione cui corrisponde la stagnazione demografica della Russia, che comunque ha il triplo della popolazione ucraina e che può sempre contare degli ingaggi dalle repubbliche centroasiatiche e addirittura dellaCorea del Nord legata da un patto di mutua assistenza militare con Mosca.
Ed è in questo contesto che il quadro demografico ucraino assume un valore strategico sotto il profilo militare che va al di là di droni e missili.
Il quadro demografico ucraino prima e dopo il 2014
Prima dell’annessione russa della Crimea e dell’inizio del conflitto “civile” nel Donbas nel 2014, l’Ucraina contava una popolazione di circa 45,4 milioni di abitanti. Nel decennio successivo, tra l’occupazione della Crimea, l’esodo dai territori orientali esplode la crisi demografica.
La popolazione sotto il controllo effettivo di Kiev era già scesa a circa 41 milioni. L’invasione del febbraio 2022 ha inferto il colpo definitivo all’equilibrio demografico del Paese, ma si stima che oggi la popolazione residente nelle aree controllate dal governo ucraino sia crollata a meno di 30-33 milioni di abitanti.
La causa è nella combinazione tra sfollamento interno, occupazione territoriale e l’emigrazione di oltre 4,4 milioni di cittadini che vivono attualmente sotto il regime di Protezione Temporanea nell’Unione Europea.
A questo flusso verso Occidente si aggiungono tra i 1,2 e i 2,8 milioni di ucraini trasferitisi in Russia con l’esodo composto in larga parte delle popolazioni russofone del Donbas e del sud-est, caratterizzato sia da evacuazioni spontanee sia dagli “trasferimenti forzati”.
A differenza di altri flussi migratori, la popolazione emigrata è composta prevalentemente da donne (circa il 43%) e minori (circa il 30%), a causa del divieto per gli uomini in età di leva (18-60 anni) di lasciare l’Ucraina, salvo eccezioni.
Il quadro normativo e l’accoglienza europea
L’Unione Europea ha attivato la Direttiva sulla Protezione Temporanea, garantendo ai cittadini ucraini diritto di soggiorno, accesso immediato al mercato del lavoro, alloggi, assistenza sanitaria e istruzione senza dover passare per le lunghe procedure d’asilo ordinarie. Tale protezione è stata formalmente estesa fino a marzo 2027 (e con accordi per ulteriori proroghe).
Sebbene l’accoglienza iniziale sia stata caratterizzata da una solidarietà senza precedenti, con il prolungarsi del conflitto l’atteggiamento delle nazioni europee è evoluto verso una gestione più pragmatica e, in diversi casi, restrittiva.
I Paesi di prima accoglienza e dell’Europa centrale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) hanno sostenuto l’impatto logistico ed economico più imponente. Con il tempo, la forte solidarietà iniziale ha lasciato il posto alla stanchezza sociale e a pressioni sui sistemi di welfare localizzati. In Polonia e Repubblica Ceca la narrazione politica si è fatta più cauta, riducendo gradualmente i sussidi diretti all’alloggio per incentivare l’autosufficienza lavorativa e l’integrazione autonoma dei rifugiati.
La situazione dell’accoglienza nei vari Paesi UE
La Germania ha garantito un forte sostegno sociale (il cosiddetto Bürgergeld), ma il dibattito interno sul costo del welfare e sulle capacità d’accoglienza dei comuni ha spinto verso politiche volte a velocizzare l’inserimento lavorativo.
Nazioni come la Norvegia, la Svizzera e i Paesi Bassi hanno progressivamente inasprito le condizioni, tagliando alcuni benefit finanziari per limitare l’attrattività del proprio sistema di welfare e incoraggiare il ritorno o l’occupazione locale. La Svizzera ha inoltre iniziato a subordinare l’accesso alla protezione al rispetto degli obblighi militari nel Paese d’origine per determinate categorie.
I Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Francia) hanno registrato flussi inferiori ma stabili. Spagna e Italia ospitano comunità significative che si sono collegate alle reti delle diaspora preesistenti, con un approccio istituzionale orientato alla conversione dei permessi temporanei in permessi di lavoro ordinari per favorire la stanzietà di lungo periodo.
I Paesi europei si trovano quindi a gestire un dilemma politico e diplomatico: da un lato la necessità di rispettare i diritti umani dei rifugiati, dall’altro le richieste di Kiev di ridurre le agevolazioni per gli uomini ucraini in età di leva all’estero, nel tentativo di favorire il loro rientro in patria per il reclutamento, ma anche questa soluzione non appare sufficiente. .
