di Giuliano Longo (*)
La presenza in presenza del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20 dei ministri delle finanze e dei Governatori delle Banche – che si sta svolgendo ad Ashevillein Carolina del Nord (Stati Uniti), – segna la rottura formale dell’isolamento diplomatico di Mosca promosso dall’Occidente all’indomani dell’invasione del 2022.
Non si tratta di un evento rituale o secondario
Il ritorno della delegazione russa nei tavoli negoziali internazionali rappresenta l’atto con cui Mosca rivendica il superamento del cordone sanitario diplomatico. Per gli analisti internazionali non allineati, questo passaggio sottolinea come la governance economica globale non possa prescindere da una potenza nucleare e primaria esportatrice di risorse energetiche e materie prime, quale la Russia, rendendo di fatto insostenibile la strategia del boicottaggio ad oltranza sul lungo periodo.
In questo scenario, il ruolo dei colossi del Global South — in particolare Cina e India — viene spesso frainteso o sovra-interpretato dalla narrazione mediatica occidentale. Quanto c’è di vero sul presunto “pressing” esercitato da Pechino e Nuova Delhi nei confronti di Vladimir Putin per condurlo al tavolo delle trattative? La risposta richiede una lettura sfaccettata.
Non sussiste un vero strappo strutturale, né un’adesione alla posizione atlantica.
Tuttavia,è veroche esiste una forte pragmatica pressione di natura economica. Cina e India non condividono la logica sanzionatoria dell’Occidente e beneficiano dell’acquisto di greggio russo a prezzi calmierati.
Ciononostante, soffrono le ricadute collaterali prolungate del conflitto, quali la frammentazione delle catene globali del valore, l’inflazione sistemica e l’instabilità delle rotte commerciali. Analisti strategici sottolineano come Xi Jinping e Narendra Modi non stiano chiedendo a Mosca una resa o il rispetto dell’integrità territoriale ucraina in senso occidentale, ma una stabilizzazione tattica.
Il messaggio silenzioso inviato al Cremlino è chiaro: la guerra non deve pregiudicare gli equilibri economici e le aspirazioni di sviluppo dell’emisfero australe.
Parallelamente, emerge con nitidezza la tendenza al progressivo disimpegno strategico degli Stati Uniti targato Donald Trump.
L’approccio dell’amministrazione americana evidenzia una trasformazione profonda del tradizionale ombrello atlantico. Il disimpegno di Washington non equivale a un completo isolazionismo, ma a un repentino cambio di paradigma: la priorità geopolitica americana è definitivamente virata verso il contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico.
Di conseguenza, il teatro europeo e la gestione della sicurezza ai confini orientali dell’Unione vengono declassati a dossier “regionale”, di cui devono farsi carico economico e politico i governi del Vecchio Continente.
Tutto ciò pone i “volenterosi europei” — guidati dal perno franco-tedesco e dal Regno Unito — di fronte a un severo esame di realtà.
Riconoscere la necessità di dover sostenere lo sforzo difensivo e finanziario dell’Ucraina in autonomia, o quasi, impone ai Paesi europei una spinta forzata verso la sovranità strategica, ma la mancanza di una dottrina di difesa comune integrata e le frammentazioni interne, rendono la strada complessa.
In conclusione, la presenza russa ai summit internazionali, le ambiguità calcolate del blocco BRICS e la svolta transazionale della politica estera statunitense convergono verso un’unica evidenza: il multilateralismo classico è finito. L’Europa si ritrova isolata nell’inseguimento di una vittoria morale, mentre il resto del mondo si riassesta pragmaticamente su un nuovo ordine multipolare.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
