di Roberto Vivaldelli (*)
Attraverso lo strumento del Digital Service Act (DSA) la Commissione europea è pronta a introdurre un bavaglio sul web e sulle piattaforme social che rischia di censurare non solo i “contenuti illegali” ma anche le opinioni scomode, la satira, i meme, con la scusa della “lotta alla disinformazione”. A svelarlo è un rapporto della Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, presieduta dal deputato dell’Ohio Jim Jordan, che ha gettato luce su un seminario a porte chiuse tenutosi il 7 maggio a Bruxelles, organizzato dalla Commissione Europea per discutere l’implementazione del Digital Services Act (DSA).
La Commissione Giustizia Usa inchioda l’Ue
Grazie ai documenti ottenuti dalla Commissione di Jordan e all’inchiesta del giornalista investigativo Matt Taibbi, emergono dettagli preoccupanti su come l’Europa stia tentando di estendere il suo controllo sulla libertà di parola, non solo entro i propri confini, ma anche oltre. Come sottolinea il rapporto della Commissione Giustizia,”i governi, inclusa l’Ue, utilizzano termini come ‘disinformazione’ e ‘discorsi d’odio’ per censurare i loro oppositori politici e le critiche dei loro elettori, inclusi ‘meme’ e altre forme di satira”. Ad esempio, in occasione del già menzionato workshop della Commissione Europea tenutosi il 7 maggio 2025, un post ipotetico che affermava “dobbiamo riprenderci il nostro paese” è stato classificato come “discorso d’odio illegale” da censurare, nonostante si tratti di un’espressione politica comune. Un approccio evidentemente ideologico.
Lo scontro con gli Stati Uniti
Le piattaforme che non si conformano al DSA rischiano sanzioni pesanti, fino al “6% del loro fatturato globale” o, in casi estremi, la “sospensione temporanea” delle loro operazioni nell’UE. “Le sanzioni del DSA sono progettate per essere dissuasive, scoraggiando le piattaforme dal consentire il libero discorso e il dibattito politico aperto”, sottolinea il rapporto. Un caso eclatante riguarda X, che, dopo essersi ritirata dal Codice di Condotta sulla Disinformazione nel 2023, è stata sottoposta a un’indagine da parte della Commissione Europea e potrebbe affrontare una multa superiore a “un miliardo di dollari” per non conformità.
Il DSA non si limita all’Europa: i legislatori europei si aspettano che le piattaforme modifichino le loro “politiche globali di moderazione dei contenuti” per allinearsi agli standard del DSA. Il rapporto del Comitato Usa denuncia che “il DSA obbliga le piattaforme a censurare discorsi politici fondamentali, umorismo e satira, anche quando non sono né dannosi né illegali”.
Un incontro segreto per plasmare il futuro digitale
Come nota Taibbi, il workshop – intitolato “DSA MultiStakeholder Workshop” – non era un evento pubblico. A differenza di precedenti seminari su normative come il Digital Markets Act, i partecipanti – rappresentanti di colossi tecnologici come Meta, X e Google – sono stati esplicitamente ammoniti a non divulgare i dettagli degli “scenari di esercitazione” discussi.
I casi trattati durante il workshop la dicono lunga. Ad esempio, un utente che ha commentato “Espelleteli tutti” in risposta a un articolo su una famiglia di immigrati siriani accusata di 110 reati, è stato accusato dalle autorità tedesche di “incitamento all’odio” e attentato alla dignità umana. In Francia, un post su X, relativo a un’aggressione di un rifugiato siriano ad Annecy, è stato preso di mira come esempio di contenuto problematico. Come nota Taibbi, è naturale che sull’immigrazione esistano opinioni divergenti: ciò che per alcuni può risultare offensivo o dannoso, per altri potrebbe apparire giustificato.
Inoltre, i documenti acquisiti dalla Commissione di Jordan rivelano un quadro allarmante: l’Europa non si limita a regolamentare contenuti esplicitamente illegali, ma sta spingendo le piattaforme digitali a censurare anche contenuti che, pur non violando alcuna legge, risultano sgraditi secondo i suoi parametri ideologici. Secondo il rapporto di Jordan, citato da Taibbi, le autorità europee hanno chiesto alle Big Tech di sviluppare piani di intervento per contenuti che non rientrano nella categoria di “illegali” nemmeno secondo gli standard europei, già notoriamente ampi.
Le autorità europee, come la Vicepresidente per la Sovranità Tecnologica Henna Virkkunnen, hanno ripetutamente negato che il DSA regoli la libertà di parola, definendolo “content-agnostic” e sostenendo che si limiti a chiedere alle piattaforme di “agire responsabilmente”. Tuttavia, come nota Taibbi, questa affermazione è palesemente contraddittoria: il DSA regola “tutte le forme di comunicazione digitale”, dalle piattaforme di social media agli app store, imponendo obblighi stringenti che, di fatto, modellano ciò che i cittadini possono dire pubblicamente.
Un ministero della Verità dell’Ue? No, grazie
Il problema è sempre lo stesso: chi garantisce che, in un mare di commenti offensivi, xenofobi o razzisti, giustamente da segnalare, non si finisca per censurare anche contenuti ritenuti “scomodi” per la narrazione dominante? È difficile fidarsi delle autorità europee, dei presunti “fact-checker” indipendenti o delle big tech, soprattutto dopo gli episodi del passato. Le ammissioni tardive del CEO di Meta, Mark Zuckerberg, ne sono un esempio lampante.
Certamente, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti, alle prese con controversie interne sulla libertà di parola – come l’ordine dell’amministrazione Trump di sanzionare chi sostiene materialmente la Corte Penale Internazionale (ICC) o la repressione di critici alla politica di Israele su Gaza – non siano nella posizione di impartire lezioni ad altri. Tuttavia, il rapporto di Jim Jordan rivela un Occidente allargato che, in modo sempre più subdolo, sembra emulare quelle autocrazie che, a parole, dichiara di voler contrastare.
(*) InsideOver
