Esteri

Tra il mito del Patriota e la frattura con l’Europa: onori di Stato per il “boia”  Mladić e la scelta geopolitica di Belgrado

Foto d'archivio - LaPresse/AP - Il generale dell'esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic, secondo da sinistra, accompagnato da un aiutante, e le truppe di sicurezza francesi delle Nazioni Unite arrivano all'aeroporto di Sarajevo per un incontro sponsorizzato dall'ONU, il 12 aprile 1993.

Per analizzare la questione legata alla figura di Ratko Mladić e alla memoria storica nei Balcani, occorre prima chiarire una premessa fondamentale: Ratko Mladić stava scontando l’ergastolo nel carcere di Scheveningen (L’Aia) in seguito alla condanna definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra emessa dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY).

Tuttavia, il dibattito su come la Serbia e la Republika Srpska (l’entità serba della Bosnia ed Erzegovina) trattano le figure legate alle guerre degli anni ’90 riflette esattamente le dinamiche geopolitiche, identitarie e di politica estera richiamate nella domanda.

Le radici storiche: la narrazione della “difesa del popolo serbo”

Per comprendere il persistere del consenso verso figure come Mladić presso una parte dell’opinione pubblica e della classe politica serba, gli storici e gli analisti geopolitici evidenziano due narrazioni contrapposte: Mladić è l’esecutore dell’assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica del 1995, in cui vennero uccisi oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci musulmani.

Per l’altra narrazione Mladić viene visto da ampi settori del nazionalosmo serbo – e non solo – come il generale che ha impedito la dissoluzione della presenza serba in Bosnia nella Federazione della vecchia Jugoslavia, proteggendo la popolazione locale dalle forze avversarie durante una guerra civile sanguinosa e multilaterale.

La sofferenza subito dal popolo serbo nei secoli (dall’Impero Ottomano al genocidio subito per mano degli Ustaša croati nella Seconda Guerra Mondiale) viene spesso utilizzata dal nazionalismo moderno per giustificare le azioni militari degli anni ’90 come atti di autodifesa collettiva.

Le valutazioni degli esperti: le ragioni dell’ambiguità istituzionale

Sul piano della politica interna, la gestione della memoria storica da parte dei governi di Belgrado risponde alla necessità di bilanciare il consenso di un elettorato fortemente conservatore con le costanti pressioni della diplomazia internazionale.

Tollerare o promuovere celebrazioni e funerali di Stato per le figure del passato serve a mantenere la coesione identitaria attorno all’idea della resistenza nazionale, evitando che le condanne comminate dai tribunali internazionali si traducano in una forma di colpa collettiva imputata all’intero popolo serbo.

Conclusione

Il posizionamento della Serbia si traduce in una politica estera multivettoriale, spesso definita dagli esperti come una strategia “sull’orlo di due sedie”.

La riluttanza ad allinearsi pienamente alle posizioni dell’UE in materia di memoria storica e di sanzioni internazionali, unita al rafforzamento dei legami strategici con Mosca e Pechino, allontana nei fatti Belgrado dal blocco comunitario, consolidando la sua posizione di partner chiave della Russia nei Balcani occidentali.

 

GiElle

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