Economia e Lavoro

Ex Ilva: governo apre a quota pubblica, licenziamenti congelati fino a decisione giudice

 

di Melania Di Giacomo

(LaPresse) – I 2.500 licenziamenti nell’indotto dell’ex Ilva congelati, almeno fino alla decisione della magistratura sull’area a caldo. È questo il primo risultato del confronto a Palazzo Chigi tra governo, enti locali, associazioni datoriali e sindacati sulla crisi dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’esecutivo ha chiesto alle imprese di sospendere le procedure di licenziamento, per le quali sono già partite le lettere, in attesa del pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, che mercoledì si riunisce sulla richiesta di sospensiva del decreto che impone lo spegnimento dell’area a caldo entro fine ottobre. Aigi e Confederazione Aepi hanno accolto l’invito “per senso di responsabilità”.

Una tregua che potrebbe essere breve, ma è un’apertura, nella lettura del governo, oltre che un modo per guadagnare tempo mentre si attende una decisione destinata a incidere pesantemente sul futuro del polo siderurgico e dell’intero territorio. Intanto si guarda già al possibile scenario successivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha proposto l’attivazione di un tavolo permanente su Taranto, sul modello di quelli utilizzati per il Giubileo e per gli interventi nella Terra dei Fuochi. Poi, in un successivo incontro con i sindacati, dove ci sono stati momenti di forte tensione, ha assicurato che il governo non esclude una partecipazione pubblica nell’ex Ilva purché sia presentato un piano industriale solido e credibile. Sul tavolo ci sono al momento le opzioni Jindal, con una proposta che comprende area a caldo e area a freddo, la cordata di imprese italiane coordinata da Federacciai, interessata al momento alla sola area a freddo, Flacks Group, oltre al gruppo ceco CE Industries che si è fatto avanti di recente.

Il tavolo permanente, viene spiegato a Palazzo Chigi, servirà a mantenere costantemente aperto un luogo di confronto nel quale Governo, enti territoriali, associazioni datoriali e sindacati possano seguire passo dopo passo i procedimenti ed essere informati sulle attività che ciascuno, per le proprie competenze, porta avanti. La situazione occupazionale, è la premessa, richiederà sicuramente interventi straordinari, non solo per il siderurgico, ma per l’indotto e i servizi in appalto. Se la fermata dell’area a caldo venisse confermata, sarebbero necessarie ulteriore misure sociali per accompagnare i lavoratori coinvolti e, parallelamente, lavorare a progetti di reindustrializzazione. Tra le ipotesi discusse c’è anche uno scivolo pensionistico per i lavoratori che hanno operato nell’area a caldo, con particolare attenzione a chi è stato esposto all’amianto. Ma ha precisato il sottosegretario, sia agli enti locali che ai sindacati, la prospettiva “non è di rassegnazione, bensì di rilancio e di gestione attiva della transizione”: l’acciaio in Italia è necessario un futuro green, quindi forni elettrici alimentati a Dri.

“Taranto – è stata la richiesta del sindaco Piero Bitetti – merita investimenti che possano sviluppare altre economie, indispensabile per compensare inevitabili esuberi”. Il governatore della Puglia Antonio Decaro, ha sollecitato “un’agenda per Taranto, che si deve tradurre in un provvedimento normativo, con una legge speciale”. Tutte soluzioni che per i metalmeccanici non sono sufficienti. “Un tavolo permanente? Non siamo una falegnameria, vogliamo soluzioni”, chiosa il segretario della Uilm Davide Sperti. “Abbiamo avanzato un piano di decarbonizzazione, con la garanzia occupazionale, e un piano sanitario che ci dia la possibilità di mettere in sicurezza anche lavoratori e cittadini. Per fare queste cose servono i soldi”, incalza il leader della Fiom Michele De Palma. Mentre il segretario della Fim Cisl Ferdinando Uliano torna a evocare lo sciopero: “Siamo disposti fin da subito a mettere in campo delle iniziative che concorderemo con i lavoratori”.

Foto La Presse

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