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Tempesta perfetta in Asia: Tra lo shock petrolifero di Hormuz e le fragilità fiscali globali

A container ship sits at anchor as a small motorboat passes in the foreground in the Strait of Hormuz off Bandar Abbas, Iran, Saturday, May 2, 2026. (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

di Balthazar 

​L’Asia sta esaurendo la propria capacità di assorbire le ripercussioni dell’esplosione dei prezzi del greggio.

 

Dopo mesi di attacchi sistematici alle rotte marittime dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso, il petrolio minaccia di superare i 100 dollari al barile, con stime di Goldman Sachs che ipotizzano picchi fino a 120 dollari (e scenari estremi da 150-200 dollari se il blocco navale dovesse diventare totale).

​Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, entrato nel suo settimo mese a dispetto delle previsioni della Casa Bianca per una campagna rapida, ha trasformato uno shock temporaneo in una crisi strutturale.

 

Gli importatori asiatici – in primis Giappone, Corea del Sud, India, Filippine e i paesi ASEAN – vedono assottigliarsi rapidamente i margini di manovra. Lo spazio fiscale utilizzato nella prima fase della crisi per finanziare sussidi energetici e calmierare i prezzi al consumo si è esaurito, provocando gravi deficit commerciali, pressioni svalutative sulle monete locali e un aumento del rischio inflazionistico.

​Ad aggravare il quadro contribuiscono diversi elementi di debolezza sistemica:
​Pressione sul Dollaro e Tassi US: Il rafforzamento del dollaro appesantisce le importazioni energetiche.

 

L’attesa per i dati sull’inflazione negli Stati Uniti alimenta i timori di un ulteriore strettoia monetaria da parte della Federal Reserve, riducendo lo spazio di manovra per le banche centrali asiatiche.
​Instabilità del Debito Statunitense.

 

La combinazione di dazi commericali, spese belliche e il debito pubblico americano arrivato a quota 40 trilioni di dollari ha costretto il Tesoro statunitense a piani straordinari di riacquisto di titoli (buyback) per calmierare i rendimenti ed evitare fughe dal mercato dei Treasuries.

​Tensioni Finanziarie in Giappone.

 

A Tokyo, il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni si avvicina al 3% (massimo da tre decenni). C

 

Con un rapporto debito/PIL vicino al 260% e piani di stimolo fiscale all’orizzonte, il Giappone affronta costi crescenti per il servizio del debito. Ciò ha spinto Washington e Tokyo a un raro intervento congiunto sul mercato dei cambi per sostenere lo yen senza svendere debito americano.

​La Cina ha finora mitigato l’impatto sui prezzi grazie all’attacco alle riserve strategiche, all’incremento delle energie rinnovabili e all’import da partner alternativi (come Brasile e Venezuela).

 

Tuttavia, l’economia cinese presenta una struttura “a K”: un settore export forte sbilanciato da una domanda interna debole. Nuove barriere tariffarie e il calo della domanda globale potrebbero intaccare anche il motore economico di Pechino.

​In assenza di una via d’uscita diplomatica rapida nel Medio Oriente, gli analisti evidenziano come la sola politica fiscale non sarà più sufficiente. Per l’Asia si prospetta la necessità di un mix di politiche monetarie restrittive e di strategie per la diversificazione delle fonti energetiche, al fine di scongiurare un rallentamento prolungato della crescita regionale.

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