di Riccardo Bizzarri (*)
Leggo in questi giorni alcuni allarmanti articoli in cui alcuni ingegneri sostengano che l’Intelligenza Artificiale possa sterminare l’umanità entro il 2030. Finalmente una buona notizia. Non perché abbia particolari pulsioni autodistruttive, sia chiaro. Semplicemente perché, osservando con una certa attenzione ciò che siamo riusciti a combinare senza alcun aiuto informatico, temo che l’Intelligenza Artificiale sia arrivata drammaticamente tardi. L’umanità, infatti, potrebbe essere già estinta.
Non biologicamente, certo. Siamo ancora parecchi miliardi, consumiamo, produciamo, votiamo, litighiamo sui social, facciamo aperitivi, guardiamo video di quindici secondi e soprattutto fotografiamo quello che mangiamo. Dal punto di vista strettamente zoologico godiamo quindi di ottima salute.
È sul concetto di umanità che comincerei ad avere qualche dubbio. Leggo che alcuni ricercatori americani temono la nascita di una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, acquisire potere, sovvertire interi settori economici e, nella peggiore delle ipotesi, farci fuori tutti. Terrificante. Poi spengo il computer, guardo il mondo reale e mi tranquillizzo. Perché per distruggere l’umanità non serviva spendere centinaia di miliardi di dollari in microchip, data center e algoritmi. Siamo perfettamente in grado di farlo da soli. Prima di preoccuparci dell’Intelligenza Artificiale sarebbe forse opportuno verificare le condizioni dell’intelligenza naturale. È da qualche anno che non dà grandi segni di sé. Abbiamo ragazzi che dispongono dell’intera conoscenza umana dentro un telefono ma spesso faticano a distinguere un’informazione da una sciocchezza diventata virale. Abbiamo trasformato la cultura della conoscenza nella cultura del tutorial. Non sappiamo fare una cosa? Non la studiamo: guardiamo un video di trenta secondi. Non conosciamo un argomento? Non leggiamo un libro: scorriamo tre reel. Non siamo d’accordo con qualcuno? Non discutiamo: lo blocchiamo. Abbiamo inventato strumenti che permettono di comunicare istantaneamente con qualunque essere umano sulla Terra e li utilizziamo prevalentemente per insultare sconosciuti. Un capolavoro evolutivo. Charles Darwin probabilmente chiederebbe il rimborso.
E viene inevitabilmente in mente Albert Einstein, al quale viene spesso attribuita una frase tanto famosa quanto di attribuzione incerta: «Temo il giorno in cui la tecnologia supererà la nostra umanità». Non sappiamo con certezza se Einstein l’abbia veramente pronunciata. Ma, considerati i risultati, qualcuno avrebbe comunque dovuto farlo.
Poi c’è la politica. Qui l’Intelligenza Artificiale può dormire sonni tranquilli. Abbiamo trasformato quella che Aristotele considerava una delle più alte attività dell’uomo in una gigantesca gara di comunicazione. Non conta più amministrare. Conta raccontare di avere amministrato. Non importa risolvere un problema. Importa trovare qualcuno a cui attribuirne la responsabilità.
Destra contro sinistra, sinistra contro destra, governo contro opposizione, Stato contro Regioni, Regioni contro Comuni, Comuni contro Governo. E tutti contro quello che c’era prima. Abbiamo politici che parlano per slogan perché uno slogan deve stare dentro un post. Il ragionamento complesso è diventato pericoloso: potrebbe richiedere più di quaranta secondi di attenzione. George Orwell scriveva che «il linguaggio politico è progettato per far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio». Oggi probabilmente aggiungerebbe: “e possibilmente entro 280 caratteri”.
Il paradosso è magnifico. Temiamo che un giorno le macchine possano prendere decisioni al posto nostro. Ma da anni eleggiamo persone chiedendo loro soprattutto di non prendere decisioni impopolari. L’algoritmo almeno avrebbe una scusa.
Sul fronte economico il genere umano ha dato forse il meglio di sé. Abbiamo costruito un sistema nel quale chi produce spesso guadagna meno di chi intermedia, chi lavora viene tassato più di chi specula e chi apre un’impresa trascorre una parte significativa della propria esistenza dimostrando allo Stato di non essere un criminale. Abbiamo inventato una burocrazia talmente sofisticata che probabilmente nemmeno una superintelligenza riuscirebbe a comprenderla. Anzi, questa potrebbe essere la nostra arma definitiva contro l’AI.
Se un giorno una macchina ostile tentasse davvero di conquistare l’Italia, basterebbe chiederle di aprire una piccola attività. PEC, SPID, Firma digitale, SUAP, SCIA, DURC, Visura, ATECO, INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate, Comune, Regione, ASL, Privacy, Antiriciclaggio. Entro quarantotto ore l’algoritmo chiederebbe spontaneamente di essere spento. Altro che regolamentazione europea dell’Intelligenza Artificiale. Mandiamola allo sportello.
Qui però l’ironia deve lasciare spazio almeno per qualche riga all’amarezza. Perché abbiamo costruito una società che continua a ripetere ai giovani che rappresentano il futuro, mentre contemporaneamente impedisce loro di costruirselo. Gli chiediamo esperienza prima ancora di concedere loro l’occasione di farla.
Gli chiediamo flessibilità mentre noi difendiamo ogni privilegio acquisito. Gli diciamo di diventare indipendenti e gli consegniamo stipendi che spesso non consentono nemmeno di pagare un affitto. Gli raccontiamo che devono fare figli e poi organizziamo città, lavori, servizi e tempi di vita come se avere un figlio fosse una stravaganza privata. Gli chiediamo di credere nella politica dopo aver trasformato la politica in una rissa permanente. E quando finalmente decidono di andarsene all’estero ci riuniamo in qualche convegno dal titolo: “Come fermare la fuga dei giovani”. Possibilmente organizzato da persone che hanno settant’anni.
Ecco. Forse vale anche per l’estinzione. Io mi porrei la domanda opposta l’AI non ha inventato la guerra. Non ha inventato Auschwitz. Non ha inventato la bomba atomica. Non ha inventato la corruzione. Non ha inventato la fame mentre altrove buttiamo il cibo. Non ha inventato il debito pubblico. Non ha inventato la burocrazia. Non ha inventato i paradisi fiscali. Non ha inventato il bullismo. Non ha inventato l’odio politico. Non ha inventato nemmeno i talk show televisivi. Tutta roba nostra. Artigianato umano. Secoli di esperienza. Il 2030 può attendere E allora leggo che qualche scienziato stima una probabilità superiore al dieci per cento che l’Intelligenza Artificiale possa sterminare l’umanità. Possibile. E sarebbe irresponsabile non studiare seriamente i rischi di tecnologie così potenti. Ma permettetemi una domanda.
Qual è invece la probabilità che l’uomo riesca a distruggere se stesso senza alcun intervento dell’Intelligenza Artificiale? Perché su quello abbiamo dati storici piuttosto robusti. Forse continuiamo a temere le macchine perché è più comodo. La macchina è il nemico perfetto. Non vota. Non protesta. Non appartiene alla maggioranza né all’opposizione. E soprattutto ci evita la fatica terribile di guardarci allo specchio. La vera domanda, quindi, non è se l’Intelligenza Artificiale diventerà sufficientemente potente da sostituire l’uomo. È se troverà ancora qualcosa che valga la pena sostituire. Abbiamo paura che un giorno un algoritmo possa essere più intelligente di noi. Francamente, osservando certe assemblee, certi dibattiti televisivi, certi social network e qualche riunione condominiale, mi pare che la gara sia già finita per manifesta inferiorità. Forse il problema del 2030 non sarà una macchina che improvvisamente annuncerà: «Ho deciso di eliminare il genere umano». Potrebbe accadere qualcosa di molto più umiliante. La superintelligenza analizzerà qualche millennio della nostra storia, studierà guerre, economie, politica, social network, burocrazia, reality show e commenti su Facebook. Poi resterà in silenzio qualche secondo. E dirà: «No, grazie. Avete già fatto tutto voi». E si spegnerà. Per dignità.
(*) Giornalista
Foto Ap-La Presse
