di Loredana Vaccarotti
Ci sono persone che viaggiano leggere, con lo zaino, la guida turistica e la serenità. E poi c’è Dana, cioè IO, che nel 2001 è partita per la Francia con le amiche e ne è tornata con una colt d’epoca non funzionante infilata nello zaino come fosse una baguette. A Parigi l’avevo pagata una cifra che nemmeno un Rolex rubato, convinta fosse un pezzo da collezione. Il problema non è stato comprarla. Il problema è stato imbarcarla come bagaglio a mano, perché nella valigia “non ci stava”. E così, mentre le amiche si avviavano tranquille verso l’aereo, io ero circondata dalla sicurezza aeroportuale come se avessi tentato di esportare la rivoluzione francese in formato tascabile. Sudata come un pollo al grill, rossa come un’anguria stra matura, con lo zaino aperto e la colt in mano, e riuscivo a dire solo “cadeau.” Il poliziotto mi guardò come si guarda un panda che tenta di guidare un motorino. Ho avuto una metamorfosi: all’inizio tranquilla, ma quando mi chiesero di aprire lo zaino…e vedendo la COLT, ecco in quell’istante la mia mente era un melograno perplesso, uno di quelli che non si capisce mai se deve esplodere o restare chiuso. Avevo lo sguardo vitreo, come una mela che non sa se è biologica o solo confusa.
Quando realizzai che la situazione era seria, mi irrigidii. Diventai dura come una noce di cocco, quella che se provi ad aprirla ti rimbalza la vita addosso. Immobile, impettita, con la stessa espressività di un cetriolo sotto interrogatorio.
Poi arrivò la fase del panico. Quella che ti fa capire che sei in un guaio grosso. Diventai una pesca che suda freddo, con la peluria che si arriccia per la paura.
Quando provai a giustificarmi, scattò la frase francese. Iniziai a parlare, gesticolare, sorridere, mi arrampicavo sugli specchi con la grazia di un lampone snob che tenta di non cadere dal cestino. Ogni frase era un tentativo disperato di sembrare credibile, ma sembravo più un kiwi che cerca di spiegare la filosofia esistenziale della sua buccia pelosa.
E poi eccola…la goffaggine. Tra un sorriso e una parola, diventai una banana che inciampa nella propria curva, un frutto che non ha mai capito bene come stare in piedi.
Alla fine, quando mi lasciarono andare, mi allontani con la fierezza di una pera che ha appena evitato la centrifuga, oscillando tra dignità e comicità.
Poi c’è l’Abruzzo. Il mare, la hall dell’albergo piena di gente, ed una signora con la sindrome down…ma vallo a spiegare ad una bambina di cinque anni, esattamente mia figlia Melissa, che inizia ad urlare: “Mammaaaa! C’è un folletto di Babbo Natale!” Ed io, che ho paura dei folletti, cercai di sussurrare: “Amore, basta…” Ma lei, felice come una fan di Cristina D’Avena nel ’95, continuò a gridare: “Guarda! Ci guarda anche lei!” Ed io, immobilizzata, con la dignità che scivola via come crema solare sulla pelle sudata, mentre la hall intera osserva la scena chiedendosi se io fossi la madre o la tata traumatizzata.
E poi c’è la corsa al gate per Lisbona, quella che dovrebbe essere una scena romantica: tu e il fidanzato che correte mano nella mano verso l’avventura. Invece lui corre davanti, tu dietro, e la striscia pedonale scorrevole decide di vendicarsi. Prendi male le misure con il bagaglio a mano, rimbalzi all’indietro come una pallina del flipper, e atterri con una con il sedere a terra e le gambe per aria, con una gonna diventata più un giro passera che avrebbe meritato un applauso. Il tuo fidanzato si gira, non ti vede, vede solo un gruppo di persone che osserva qualcosa a terra. Si avvicina. E quel “qualcosa” sei tu. Distesa, dignità evaporata.
Eppure, c’è un filo rosso che lega tutte queste scene: la mia capacità di trasformare ogni disastro in un aneddoto irresistibile. Non sono Bridget Jones. Bridget Jones, al massimo, potrebbe essere una mia stagista.
Vogliamo parlare del viaggio in Tunisia? Come rovinare un tour organizzato e ritrovarsi in una scena da ospedale improvvisato, con la grazia di chi inciampa anche quando il pavimento è liscio. La Tunisia, per la maggior parte dei turisti, è un tripudio di colori, mercati, spezie, musei, dune dorate. Per me, invece, è stata una full immersion nel reparto calcoli, un’esperienza mistica che ha trasformato un viaggio culturale in una maratona medica degna di un premio alla carriera.
Mentre il gruppo si avviava felice verso la capitale, pronto a fotografare mosaici e reperti romani, io venivo scaricata in una struttura che chiamare “ospedale” è un atto di ottimismo. Unica donna. Unica donna bianca. Unica donna bianca con la gonna e le gambe all’aria, perché il caldo e il dolore non lasciano spazio alla dignità. Sembravo un’opera d’arte contemporanea esposta lì per caso.
Il medico francese, vedendomi in quella posa che sfidava ogni protocollo sanitario, ha capito subito che la situazione non era solo clinica: era esistenziale. Così, con la naturalezza di chi presta una penna, mi diede le chiavi del suo appartamento. “Per fare la pipì in tranquillità”. Gli servivano per le analisi. Ho attraversato la città con le chiavi di un uomo sconosciuto in mano, come una protagonista di un film francese, ma senza il fascino, senza la colonna sonora e con i calcoli che ballavano la tarantella.
Poi è arrivata la flebo. Ore. Ore di liquidi che entravano, entravano, entravano. E io, che facevo parte di un tour organizzato, ogni volta che dovevo evacuare tutto quel lago interno, mi fermavo dietro una palma. Una palma!. Come se fossi una creatura mitologica che vive nel deserto e si nutre di umiliazioni.
Il gruppo avanzava. Io avanzavo. La flebo avanzava. E quando siamo arrivati alle porte del deserto, la guida ha preso il microfono, mi ha guardata con la compassione di un uomo che ha visto troppo, e ha annunciato: “Dana, questa è l’ultima palma. Approfitta.” Io l’ho guardato, ho guardato la palma, e ho capito che era un triangolo amoroso destinato a finire male. Perché la palma era l’ultima, la flebo era eterna, e io… io ero già in trattativa con il destino.
E così, mentre gli altri conservano foto di musei e tramonti, io conservo il ricordo di un medico francese che mi ha dato le chiavi di casa, di una flebo infinita e dell’ultima palma del deserto, quella che ha visto cose che nessuno dovrebbe vedere.
Ma la verità è che, anche stavolta, ho trasformato un disastro in un racconto che a pensarci ora, mi strappa un sorriso. Perché io non viaggio: io genero episodi. E io sono qui pronta a trasformare anche i prossimi.
E poi c’è il MAROCCO, vuoi non combinarne un’altra? Fare qualcosa per vedere l’effetto che fa?
Il tour in Marocco con mia madre era iniziato bene: colori, spezie, mercati, odori, gente che ti chiamava “madame” con quella gentilezza che ti fa sentire ricca anche se hai speso tutto al primo suk. Cammelli, trattative continue. Poi, come sempre, è arrivato il momento in cui la realtà ha deciso di piegarsi alla mia comicità naturale.
Il gruppo doveva ripartire. Tutti pronti. Tutti sull’autobus. Tutti tranne me. La guida, abituata ai turisti che si perdono tra tappeti e lanterne, ha pensato: “Sarà in qualche suk a contrattare”. E ha iniziato la ricerca della mia persona con la serietà di un investigatore privato.
Ma io non ero in un suk. Ero nascosta, addormentata, avvolta in un velo blu di un berbero che, mi stava vendendo come principessa tuareg. Io, sdraiata come una santa in un affresco, lui che mi copriva con il velo e diceva: “Riposa, principessa.” E io, che non mi sarei svegliata nemmeno se avessero suonato il richiamo alla preghiera con un megafono.
La guida mi ha trovata così: mezza addormentata, mezza imbalsamata, completamente blu, con mia madre che nel frattempo stava già preparando la denuncia di scomparsa. Il berbero, serissimo, ha spiegato che mi stava proteggendo dal sole. Io annuivo come se fosse tutto normale. Il tour è ripartito.
Perché io, Dana, non sono una turista. Io sono un evento atmosferico. E ogni volta che sparisco, non è mai per caso: è perché sto vivendo una scena che nessun altro potrebbe vivere senza finire su un documentario di National Geographic.
Queste sono solo una minima parte delle mie disavventure alla Geronimo Stilton.
Alla fine ho capito che viaggiare è semplice: parti per vedere il mondo e finisci sempre per scoprire qualcosa di te che non avevi messo in valigia.
