Cronaca

L’affaire Mattei, il delitto Pasolini e la strategia della tensione. Di verità si può anche morire?/15

di Otello Lupacchini*

Il romanzo A ciascuno il suo, tra Il giorno della civettae Il Contesto, pubblicati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, rappresenta il punto di passaggio, come nota lo stesso Sciascia all’epoca della sua composizione, dalla fase di gestazione del centrosinistra a quella preparatoria del compromesso storico, attraversando la crisi di credibilità del primo. Il capitano Bellodi, nel lasciare la Sicilia, dove i crimini erano rimasti comunque impuniti, pronuncia una frase profetica, che chiude Il giorno della civetta: « Forse l’Italia va diventando Sicilia. La linea della palma […] Sale come l’ago del mercurio […] su su per l’Italia […] ». Dieci anni dopo, la linea della palma è giunta a Roma, così che Il contestopuò divenire un « apologo del potere », in un paese « immaginario» al quale « la realtà italiana perfettamente si adegua », in cui le ideologie recitano pirandellianamente la parte loro assegnata dal potere. Qui la funzione narratologica di Rogas è molto diversa da quella del capitano Bellodi: il primo non deve scoprire il mandante della catena di omicidi di giudici, ma la verità di questo potere, il quale, una volta scoperto, non può che assassinarlo per confermare se stesso. Rogas, infatti, non viene ucciso dalla mafia come Laurana, protagonista di A ciascuno il suo, ma in quanto simbolo dello Stato di diritto, dall’agente dei servizi segreti simbolo dello stato criminale che a quello si è sostituito. Come ciò sia potuto avvenire è evidente nello svolgimento e nella conclusione stessa del romanzo: Rogas non è un ingenuo; diversamente da Bellodi ha una percezione reale del processo di decomposizione dello Stato, del partito di governo, delle istituzioni. Purtroppo, e questa è la sua debolezza, egli ha fiducia nel ruolo di controllo politico e in quello di garanzia democratica rappresentate dal « Partito Rivoluzionario Internazionale »: l’uno e l’altro, al contrario, nell’ambito di un « contesto » involutivo e paralizzante si riveleranno compromessi nella collusione omertosa che si viene a determinare all’interno della volontà di verità del potere, tra verità di Stato e verità di partito. L’ispettore Rogas e il segretario generale del « Partito Rivoluzionario Internazionale » Amar, al quale il primo ha chiesto un appuntamento per rivelargli un complotto ordito contro la Repubblica, possono, così, essere assassinati senza che ciò produca sovvertimento nell’equilibrio e nella distribuzione dei ruoli che il potere ha loro assegnato. E che questo sia il senso conclusivo del romanzo lo si ricava dalla spiegazione che del duplice omicidio darà il vicesegretario del partito a Cusan, l’intellettuale che ha procurato l’appuntamento tra Rogas e Amar: « La ragion di stato signor Cusan c’è ancora come ai tempi di Richelieu e in questo caso è coincisa con la ragion di partito »; ma anche alle perplessità di Cusan sulla versione ufficiale che vorrebbe assassinato Amar da Rogas e questi da un agente segreto: « Siamo realisti signor Cusan non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione  non in questo momento ».

Cadaveri eccellenti, la trasposizione filmica dello sciasciano Il contesto diretta da Francesco Rosi, nel 1976, modificava il finale del romanzo e si concludeva con la frase: « La verità non sempre è rivoluzionaria ». Matteo Collura, giornalista, amico di Sciascia e suo biografo, scrive in proposito: « Lo scrittore che apprende da spettatore la modifica del colpo di scena finale, rivela che quella frase viene da Giancarlo Pajetta (“Se c’è da scegliere tra verità e rivoluzione, noi scegliamo la rivoluzione”, aveva dichiarato una volta il vecchio leader comunista). E al giornalista che, in occasione dell’uscita del film, gli domanda che cosa sceglierebbe lui tra verità e rivoluzione, Sciascia risponde: “La verità, è ovvio” » .

L’idea che la verità sia per i detentori del potere una cosa non solo scomoda, ma addirittura sbagliata, da non raccontare perché nessuno vorrebbe ascoltarla, è magnificamente sintetizzata nel monologo recitato dall’attore Toni Servillo, che interpreta Giulio Andreotti, in un segmento del film Il Divo: « Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io ».

Se nel monologo qui riportato si ribadisce, peraltro, che per la verità  si possa anche morire, è nelle proposizioni del testamento spirituale di Larry Stone, « corrispondente per il  Chicago Daily News, durante la Seconda guerra mondiale, nella campagna per la liberazione d’Italia e poi in Francia », che vengono esemplarmente evidenziati i diversi atteggiamenti mentali degli abitanti dei due « mondi » fra loro in conflitto ai quali ho già fatto cenno, rispetto al tema della verità, che i primi ricercano ed i secondi, invece, esorcizzano, pronti a trangugiare qualsiasi menzogna . Lui, che « di morti ne aveva visti tanti », parla con cognizione di causa, mentre dei sicari stanno per porre fine alla sua vita, per essere pervenuto ad accertare una verità devastante e dolorosa: « Quello che conta veramente […] è come si muore: in piedi o in ginocchio. Questo dipende da come hai vissuto la tua vita: se hai preferito il confortante abbraccio della menzogna oppure hai cercato la verità. Oltre le apparenze e le convenienze. La menzogna è rassicurante e con il tempo si fa dimenticare. La verità, invece, è rivoluzionaria. Se ci si abitua non basta mai. La cerchi dappertutto, senza chiederti quanto forte sarà la collera di chi l’ha nascosta dove tu l’hai scovata. L’amore della verità ti farà diventare ladro delle debolezze altrui. Ti insegna a vedere al di là di ciò che è opportuno. Non si dovrebbe mai abusare della verità. Anche di troppa verità si può morire […] ».

 

*Giusfilosofo

15/segue

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