Carriarmati nelle strade, negozi e stazioni di benzina saccheggiate e fragore di colpi d’arma da fuoco: appare così la capitale Khartoum, dove non ha retto neanche la terza tregua proclamata da esercito e Forze di supporto rapido (Rsf), da quando sono scoppiati gli scontri, il 15 aprile scorso. Per i tre giorni di festività di fine Ramadan, da venerdì a ieri, è stata infatti proclamata una tregua anche per permettere ai civili di trasferirsi in zone più sicure, tuttavia non è stata rispettata. Chi può dunque cerca di lasciare la capitale o il Paese, stranieri compresi.
Come riferisce Al Jazeera, e confermano diversi giornalisti e residenti tramite i social network, sono sempre più frequenti i blackout elettrici e delle comunicazioni, così come non è garantito l’accesso all’acqua potabile. Si riporta inoltre che la paralisi delle attività commerciali sta lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati, con denunce di saccheggi e furti. Secondo le Nazioni Unite sono oltre 400 i morti e 3.700 i feriti tra i civili coinvolti da dieci giorni nelle ostilità tra i militari fedeli al generale Abdel-Fattah Burhan e il leader dei paramilitari dell’Rsf, Mohammed Hamdan Dagalo, che si contendono il controllo delle risorse economiche e militari del Paese. Oltre a lasciare la capitale, epicentro dei combattimenti, migliaia di sudanesi cercano di fuggire anche nei paesi vicini, in particolare il Ciad, subendo a loro volta attacchi di cui si accusano reciprocamente i due attori in guerra stando a quanto riferiscono fonti di stampa locali. La situazione umanitaria resta altamente incerta, come avvertono anche le organizzazioni umanitarie nel Paese tra cui Emergency – che ieri ha rimpatriato solo sette membri del suo staff di internazionali, che conta ora 46 persone accanto allo staff sudanese – e Save the Children, secondo cui il Sudan già conta 2,7 milioni di bambini malnutriti, e 522mila che soffrono di malnutrizione acuta grave. Le ong si uniscono all’appello lanciato dalla comunità internazionale al dialogo per porre fine alle violenze, dando priorità alla protezione dei civili già afflitti da crisi economica e povertà. Un messaggio rilanciato anche da Papa Francesco ieri nel corso dell’Angelus da piazza san Pietro, a Roma. Data la gravità della situazione, le autorità di tanti Paesi – tra cui Italia, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Canada – sono già riuscite a evacuare dal Sudan i propri connazionali e il personale diplomatico, spesso portando via anche cittadini di altri Paesi. Ma non tutti gli Stati hanno concluso le operazioni: Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha fatto sapere che è stato attivato il meccanismo di emergenza e un primo gruppo di connazionali sta raggiungendo i Paesi vicini, per accedere al ponte aereo che li riporterà in Cina.
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