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Acqua: da clima a digitale, Legambiente racconta crisi risorsa idrica

La crisi della risorsa idrica raccontata da Legambiente abbraccia il clima, il digitale e l’intelligenza artificiale, l’ambiente, l’agricoltura, e i territori più vulnerabili. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra il 22 marzo, l’associazione presenta ‘Atlante dell’Acqua 2026’, una fotografia globale su consumi, sprechi e impatti nel mondo e in Italia.

Uno degli allarmi più che proeccupa di più ‘l’impatto nel mondo della rivoluzione digitale con Ai, criptovalute, data center’; e la previsione che ‘entro il 2027 l’Ai globale potrebbe consumare fino a sei volte l’acqua della Danimarca’.

Per Legambiente è necessaria ‘una governance sostenibile e circolare della risorsa idrica riducendo consumi, inquinamento ed inefficienze, accelerando la transizione ecologica e dando priorità a soluzioni basate sulla natura. Solo così l’Italia può diventare un laboratorio europeo di resilienza idrica’.

L’Atlante è una pubblicazione realizzata dall’associazione ambientalista in collaborazione con Heinrich-Böll-Stiftung Francia & Italia; si tratta di un lavoro interdisciplinare per far comprenderne l’interconnessione tra acqua, energia, agricoltura, industria e diritti umani ma anche per sensibilizzare e informare i cittadini sul tema e per ribadire l’urgenza a livello mondiale e nazionale di una governance della risorsa idrica più sostenibile, circolare, equa e resiliente. Ogni anno nel mondo vengono estratti circa 4mila chilometri cubi di acqua da falde, fiumi e laghi – rileva lo studio – il 70%-72% dell’acqua dolce globale è destinata all’agricoltura; 3,2 miliardi di persone vivono in aree agricole con scarsità idrica, mentre 12,5 milioni di europei sono esposti a Pfas (i cosidetti inquinanti eterni) vivendo in aree con acqua potabile contaminata.

Intanto nel mondo ‘la domanda globale di acqua è in aumento e di questo passo lo stress idrico è destinato ad aggravarsi nei prossimi decenni. A pesare è anche l’impatto della rivoluzione digitale: un milione i litri di acqua consumati al giorno da un data center medio, mentre entro il 2027 l’Ai globale potrebbe consumare fino a sei volte l’acqua della Danimarca’.

L’Italia, dal canto suo, è ‘tra i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile ma ne perda anche tanta, ben 42,4%, a causa della dispersione idrica. Una media nazionale che raggiunge picchi del 60% al Sud Italia contro una media europea del 25%. In alta quota tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai alpini e dei Pirenei hanno perso circa il 39% della loro massa, preoccupa lo stato di salute del fiume Po’.

Legambiente, in vista della Giornata mondiale dell’acqua, chiede che in Italia ‘si adeguino e si rafforzino le infrastrutture idriche lavorando su depurazione, riuso, riduzione dei consumi e diversificazione delle fonti’, oltre alla riduzione delle ‘immissioni di inquinanti, alla transizione ecologica, all’applicazione e al rafforzamento delle leggi esistenti, alla garanzia di un accesso equo e universale’.

In Europa – viene rilevato dall’Atlante – si stimano 9 miliardi di euro l’anno di perdite per siccità e 7,8 miliardi per danni da alluvioni, a fronte di investimenti necessari per l’attuazione delle politiche idriche stimati in 89 miliardi nel periodo 2022-2027.

Negli ultimi decenni il diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari è stato riconosciuto anche dal diritto internazionale (art. 11 e 12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite per garantire il diritto a un tenore di vita adeguato).

Il riscaldamento globale intensifica gli estremi idrologici. L’aria più calda trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado di aumento della temperatura. Solo il 5% degli eventi meteorologici causa il 61% delle perdite economiche globali. Alluvioni improvvise e siccità prolungate si susseguono in sequenze sempre più ravvicinate. In Europa meno del 40% delle acque superficiali raggiunge un buono stato ecologico. Medio Oriente, il Nord Africa, l’India, nord della Cina e sud-ovest degli Stati Uniti sono tra le regioni più colpite dalla scarsità idrica e le più assetate. In particolare, nord Africa e il Medio Oriente rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma dispongono solo dello 0,7% delle risorse idriche, di cui l’80% è utilizzato per l’agricoltura. L’acqua è spesso vittima, arma, causa scatenante o fattore di innesco dei conflitti. La cooperazione tra Stati e comunità può prevenire i conflitti e ridurre la competizione per questa risorsa. Legambiente mette in evidenza poi l’aspetto dell’impronta idrica del digitale e Ai. La domanda idrica della digitalizzazione comprende l’acqua necessaria per produrre dispositivi elettronici, quella impiegata per generare l’energia che li alimenta e quella utilizzata per il raffreddamento dei data center. Un data center medio negli Stati Uniti utilizza oltre un milione di litri al giorno; per il solo raffreddamento può arrivare a richiedere fino a 169 litri al secondo. Entro il 2030, il consumo idrico dei data center europei potrebbe eguagliare quello di una grande città. L’espansione dell’intelligenza artificiale amplifica il fenomeno. Se 20 ricerche on-line consumano circa 10 millilitri d’acqua, un sistema di Ai può arrivare a utilizzare fino a mezzo litro per 20-50 interrogazioni. Anche le criptovalute presentano un’impronta idrica rilevante: una singola transazione può richiedere volumi d’acqua paragonabili a quelli necessari per riempire una piscina.

Metalli come rame, litio e terre rare sono centrali per energie rinnovabili, mobilità elettrica e dispositivi digitali. Ma la loro estrazione è idro-intensiva: circa 97 litri d’acqua per 1 kg di rame e tra 400 e 2mila litri per 1 kg di litio. La domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040, mentre quella di litio potrebbe aumentare fino a 13 volte. Oltre il 50% della produzione globale di rame e litio si trova in aree soggette a stress idrico e rischi climatici. A livello globale si registrano quasi 900 conflitti ambientali legati alle attività minerarie, l’85% connessi a uso o contaminazione delle acque. La pressione sulle risorse minerarie si traduce quindi in pressione diretta sulle riserve di acqua dolce e sulle comunità locali.

Prodotti come carta, vestiti ed elettronica hanno impronte idriche significative. La produzione di un singolo smartphone può richiedere fino a 12mila litri d’acqua per l’estrazione dei metalli rari, l’assemblaggio dei componenti e il raffreddamento dei processi industriali. L’industria tessile e dell’abbigliamento usa ogni anno 93 miliardi di metri cubi d’acqua per produrre e distribuire i suoi beni, lasciando un’impronta ecologica enorme.
L’Italia è tra ‘i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile: nel 2022 sono stati prelevati 9,1 miliardi di metri cubi, pari a 155 metri cubi annui per abitante. L’85% proviene da acque sotterranee. Nelle reti di distribuzione si perde il 42,4% dell’acqua immessa, pari a 3,4 miliardi di metri cubi l’anno, con punte oltre il 60% in alcune regioni del Mezzogiorno’. Sono sei le procedure europee di infrazione attive, una relativa alle acque potabili, in particolare per i livelli di arsenico e fluoruro nel viterbese, una relativa alla direttiva Nitrati e quattro su fognature e depurazione, per la prima delle quali paghiamo sanzioni che sarebbe più utile investire nell’adeguamento degli impianti.

Soltanto il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la normativa, contro una media Ue del 76%. Gli scarichi non trattati incidono sulla qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% delle acque costiere. A gennaio 2026 si è aggiunta l’apertura di una ulteriore procedura per la direttiva quadro acque. Inoltre ‘preoccupa l’intensificarsi degli eventi meteo estremi; sono 195 quelli registrati negli ultimi 11 anni, secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, e che hanno causato danni all’agricoltura, pari al 7,9% del totale degli eventi censiti nello stesso periodo in Italia’. Nel nostro Paese sono poi osservati speciali, il Po e i ghiacciai alpini; il grande fiume d’Italia è ‘minacciato da inquinamento chimico, microplastiche e crisi idriche’.

I ghiacciai delle Alpi e dei Pirenei sono ‘tra i più vulnerabili alla crisi climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane i giorni con neve al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000,
con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%’.

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