“Ci servivano i soldi e per averli bisogna prenderli a qualcuno. Abbiamo deciso di fare le rapine. È nata così”. Così Roberto Savi, ex poliziotto e capo della banda della Uno Bianca, intervistato da La Stampa. Nel corso del processo, tra le sue varie dichiarazioni, ha fatto riferimento a un terzo livello, a personaggi “che hanno garantito la copertura della rete investigativa”. “Sì – conferma – mi ricordo di averlo detto. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ma non del tutto”. C’è stato un ultimo episodio emblematico. Il 2 maggio del ’91, nella centralissima via Volturno di Bologna. Lei e suo fratello Fabio avete deciso di fare una rapina in un’armeria per prendere due pistole. Siete entrati e avete ucciso la proprietaria e un ex carabiniere, Pietro Capolungo. Anche qui non c’era bisogno di uccidere, perché? “Lui – spiega Savi – stava facendo qualcosa che non andava. Era tutto un insieme di cose intrallazzate, perché poi lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri, dei servizi segreti. C’era un giro di armi, di persone che entravano e andavano da quell’armeria lì”. Vi hanno chiesto di eliminarlo? “Volevano una scusa – sottolinea -, farlo fuori in qualche maniera. Fra la polizia, l’Arma e la Finanza ci sono degli uffici particolari che hanno un loro apparato. E noi eravamo di quelli che, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì”. In quale altra occasione le è stata chiesta una cosa del genere? “Ero spesso su Roma, tutte le settimane ci passavo due o tre giorni. Andavo giù, dove c’è l’Altare della Patria, dove c’è la fontanellina. Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere, e alla fine ci hanno fatto arrestare” conclude.
