Cronaca

Business sulla pelle dei dializzati: l’ennesima vigliaccata travestita da sanità

di Riccardo Bizzarri (*)
C’è un limite oltre il quale l’indignazione non basta più. Ed è il limite che si supera quando un medico un primario, un dirigente, un uomo investito della massima fiducia possibile, trasforma i pazienti più fragili in merce di scambio, in pacchi da smistare al miglior offerente, in cifre da far quadrare nei bilanci privati. La vicenda che vede coinvolto Roberto Palumbo, primario di Nefrologia e Dialisi del Sant’Eugenio di Roma, arrestato in flagranza mentre intascava 3.000 euro in contanti dall’imprenditore Maurizio Terra, non è solo un caso di corruzione è un tradimento morale, prima ancora che penale.
Quando la corruzione si annida nel cuore del sistema sanitario, non ruba solo soldi: ruba dignità, fiducia e potenzialmente anni di vita ai malati. Secondo l’ordinanza del Gip, Palumbo “aveva il controllo della destinazione dei pazienti verso i vari centri” e li indirizzava in modo da saturare i posti disponibili nella Dilaeur, struttura privata di cui ,tramite società schermo, deteneva di fatto il 60% delle quote.
Un pubblico dirigente che indirizza pazienti a pagamento verso un centro in cui ha interessi economici è la definizione perfetta di conflitto d’interessi criminale. E se non bastasse, gli indagati avrebbero persino creato fatture false tramite una società fittizia di consulenze per far circolare il denaro delle tangenti. Uno schema organizzato, non un momento di debolezza.
Dialisi: un trattamento necessario, salvavita, che scandisce l’esistenza dei pazienti tre volte a settimana. Eppure ridotto, in questa storia, a una semplice voce di ricavo da garantire tramite pressioni sul personale, indicazioni fuorvianti ai malati, e un sistema di “smistamento” degno dei peggiori romanzi sulla sanità deviata.
Colpire un malato grave è l’atto più vile che un uomo possa compiere.
Chi ha un familiare dializzato sa cosa significa: la paura, la stanchezza, il tempo sospeso, le speranze che non si dicono, il corpo che si affida alle macchine e alle mani dei medici.
E sapere oggi che per alcuni di questi medici la fragilità è un’occasione di profitto è uno schiaffo senza paragoni.
Lo diceva già Cicerone: “La salute del popolo è la legge suprema.”
Quando chi ha il dovere di tutelarla la baratta per una mazzetta, non compie solo un reato: commette una profanazione. E riecheggiano le parole di Immanuel Kant, secondo cui l’essere umano deve essere trattato sempre come fine e mai come mezzo. I malati, in questa vicenda, sono stati trattati solo come mezzo: mezzo per arricchirsi, mezzo per scalare, mezzo per spartirsi un mercato.
Nel corso delle indagini sono stati sequestrati telefoni, documenti, fatture: si cercano conferme su ulteriori scambi di denaro. È probabile che questa sia solo la punta dell’iceberg di un sistema dove il pubblico manda pazienti al privato compiacente, e il privato ricambia con “attenzioni” economiche. Perché tutto funziona finché nessuno parla. Finché il malato non sa.
Finché i familiari sono troppo stanchi per mettere in dubbio ciò che viene detto da un medico in camice bianco. Eppure, proprio la medicina nasce per proteggere chi non ha forza.
Lo ricordava Albert Schweitzer, medico e premio Nobel:
“La vera etica comincia quando si ha a che fare con l’essere più debole.” Qui, l’etica non è stata solo ignorata: è stata calpestata
Non possiamo sopportare la corruzione che colpisce i malati. Non possiamo accettare che il corpo indebolito di un dializzato diventi il bancomat di qualche professionista senza scrupoli.
Non possiamo accettare che la paura dei familiari diventi un asset su cui speculare. E allora la denuncia non basta: serve la memoria. Serve ricordare che ogni volta che un medico tradisce la sua missione, il sistema trema. Serve ricordare che la salute pubblica non è un affare: è un patto civile.
È ciò che ci tiene insieme come comunità.
In gioco non c’è solo la giustizia. C’è la nostra umanità.
(*) Giornalista

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