Primo piano

Catania 2026: il medioevo deve fare i conti con un frigo

di Loredana Vaccarotti

C’era una volta una canzone. Fine anni Settanta.
Un’epoca in cui un gelato era solo un gelato e non un manifesto ideologico con topping polemico.

“Gelato al cioccolato, dolce e un po’ salato”.
Doppio senso? Sì.
Scandalo? No.
Era un’Italia che sapeva ridere, ammiccare, giocare.
Un’Italia che capiva che il problema non è il gelato… ma chi lo fissa troppo intensamente.

Poi qualcosa si è rotto. Forse negli anni ’90. Forse con Facebook.
Forse quando qualcuno ha deciso che i colori hanno un orientamento sessuale.

E arriviamo al 2026.
L’IA scrive tesi di dottorato, i satelliti fotografano Marte, il mondo parla di diritti.
E a Catania — cuore pulsante della modernità — nasce una nuova scienza:
la cromo sessualità applicata ai latticini.

Piazza Duomo.
Tra una granita e un cannolo, l’umanità compie un balzo evolutivo.
O inciampa rovinosamente su una vaschetta.

In vetrina appare lui: maestoso, inequivocabile, irrefutabile.

PISTACCHIO GAY.

Non “pistacchio e cioccolato rosa”.
Non “variante creativa”.
No.
Gay.

Perché è verde e rosa.
Fine.
Sipario.
Nobel!

Secondo la spiegazione ufficiale del locale:
“Abbiamo unito il pistacchio al cioccolato rosa e quindi lo abbiamo chiamato gay.”

Una frase che andrebbe stampata su marmo lavico e spedita direttamente al Museo Nazionale delle Deduzioni a Caso, sala permanente accanto a:

“non sono omofobo, ma”

“era solo per ridere”

“oggi non si può più dire niente”
(detto subito dopo aver detto QUALCOSA)

Il ragionamento è limpido come una granita al sole:

  • Verde = normale
  • Rosa = femmina
  • Femmina + verde = gay

Cartesio levati!

Un sillogismo così potente che aspettiamo le prossime genialate:

  • Stracciatella etero-curiosa
  • Nocciola fluida
  • Limone transessuale
  • Fiordilatte perplesso
  • Cioccolato fondente…Mamma li turchi!

Tutti senza glutine. Ma carichi di stereotipi fino al bordo.

Il gelato non discrimina.
Il cartellino sì.

Il cartellino discrimina con convinzione, come uno zio a Natale dopo il secondo amaro.

A ricordare che forse — e dico forse — non siamo davanti a satira geniale ma a una barzelletta scaduta del 1954, ci pensa Luigi Tabita, che fa notare una cosa semplice: associare il rosa all’omosessualità non è ironia, è archeologia sociale.
Roba da quando la trasgressione era mettere il fazzoletto nel taschino.

Il problema non è il gelato.
Il problema è la battuta da banco frigo che diventa linguaggio.
E il linguaggio, sorpresa, crea realtà.

In un Paese dove il rosa è ancora percepito come una minaccia all’ordine naturale delle cose  subito dopo:

  1. l’ananas sulla pizza
  2. il bidet all’estero
  3. il congiuntivo usato bene

queste “spiritosaggini” non sono neutre.
Sono piccole. Sono sceme.
Ma si sciolgono lentamente e appiccicano ovunque.

Come un cono piccolo:
“Ma sì, che sarà mai?”
Poi ti cola addosso.

Open Catania (ARCI) è stata chiarissima:
“Non c’è niente di spiritoso.”

E infatti spiegare perché un gusto non è “gay” solo perché è rosa è come chiamare il cielo “etero confuso” al tramonto.
O il mare “indeciso” quando è verde smeraldo.

La satira è una cosa seria. L’ironia pure. E richiedono entrambe una cosa fondamentale:
un cervello acceso.

Non basta un colorante alimentare.

Se proprio dobbiamo rinominare il gusto, allora facciamolo bene:

  • Pistacchio consapevole
  • Pistacchio arcobaleno (senza manuale degli stereotipi incluso)
  • Pistacchio 2026: gusto base, cervello opzionale
  • Pistacchio medieval edition

Perché va benissimo ridere.
Ma magari senza lasciare l’intelligenza a sciogliersi sul bancone.

Sciogliamo i pregiudizi e non i gelati

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