Con la scomparsa di Carlo Ginzburg viene meno una delle figure più influenti della storiografia contemporanea, non solo italiana ma mondiale. Studioso di fama internazionale, innovatore del metodo storico e profondo conoscitore della cultura popolare europea, Ginzburg ha rivoluzionato il modo di raccontare il passato, riportando al centro dell’attenzione uomini e donne che la Storia aveva relegato ai margini. Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, crebbe in un ambiente segnato dall’impegno civile e dall’amore per la cultura. Dopo gli studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, intraprese una carriera accademica che lo avrebbe portato a insegnare in Italia e negli Stati Uniti, imponendosi come uno dei più autorevoli storici del suo tempo. Il suo nome è legato soprattutto alla nascita della microstoria, corrente storiografica che, anziché concentrarsi sui grandi eventi e sui potenti, indaga casi apparentemente marginali per cogliere meccanismi più profondi della società. Un approccio che trovò la sua espressione più celebre nel libro ‘Il formaggio e i vermi’, pubblicato nel 1976 e tradotto in decine di lingue. Attraverso la vicenda del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento, Ginzburg dimostrò come anche una persona comune potesse offrire una straordinaria finestra sulla mentalità di un’intera epoca.
Accanto alla microstoria, un altro grande filone delle sue ricerche riguardò la stregoneria, le credenze popolari e la religiosità contadina. Con il volume ‘I Benandanti’, pubblicato nel 1966, portò alla luce l’esistenza di un gruppo di contadini friulani che sostenevano di combattere in spirito contro le streghe per garantire la fertilità dei campi. Un’opera di riferimento internazionale che contribuì a rinnovare profondamente gli studi sulla stregoneria europea. Negli anni successivi approfondì questi temi in opere come ‘Storia notturna’, nelle quali rintracciò le radici antiche di miti, riti e credenze sopravvissuti nei secoli sotto forme diverse. Le sue ricerche mostrarono come dietro i processi per stregoneria si celasse un universo culturale complesso, fatto di tradizioni popolari, paure collettive e antichi retaggi religiosi.
Storico dotato di una straordinaria curiosità intellettuale, Ginzburg fu anche autore di importanti riflessioni sul metodo della ricerca storica. Celebre è il suo “paradigma indiziario”, secondo cui il lavoro dello storico assomiglia a quello di un investigatore: piccoli dettagli, tracce minime e documenti apparentemente insignificanti possono rivelare verità più profonde di quelle offerte dalle grandi narrazioni ufficiali.
La sua opera ha influenzato generazioni di studiosi ben oltre i confini della storia, dialogando con l’antropologia, la sociologia, la critica letteraria e la storia dell’arte. Ma il tratto forse più distintivo del suo lavoro è stato l’impegno costante nel restituire dignità e voce a coloro che raramente trovano spazio nei libri: contadini, eretici, inquisiti, visionari, uomini e donne comuni.
Ebbe due figlie dal matrimonio, in seguito sciolto, con Anna Rossi-Doria: Silvia, storica dell’arte, e Lisa, storica della filosofia e scrittrice. Tra i vari riconoscimenti, si annoverano il Premio Viareggio per la saggistica con il saggio Occhiacci di legno si è aggiudicato nel 1998. Fu Accademico Corrispondente dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze e membro onorario dell’American Academy of Arts and Sciences. Ha ricevuto il Prix Aby Warburg nel 1992 e, nel 2005, il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, per le scienze storiche. Nel 2010, all’Accademia dei Lincei, gli è stato conferito il Premio Balzan.
Con Carlo Ginzburg se ne va uno storico che ha insegnato a leggere il passato controcorrente, cercando la verità nelle pieghe meno visibili della storia. Restano i suoi libri e una lezione destinata a durare: per comprendere davvero il mondo, bisogna saper ascoltare anche le voci più lontane e dimenticate.
