Medicina

Farmaci: farmacologo, con no a rimborsabilità anti-Alzheimer privilegio per pochi

di Margherita Lopes (*)

“La notizia impone una riflessione seria: questi farmaci rischiano di diventare un privilegio per pochi”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è il farmacologo Carlo Centemeri, dopo che la Commissione Scientifica ed Economica (Cse) dell’Aifa ha confermato per la seconda volta il suo no alla rimborsabilità dei due nuovi anticorpi monoclonali (lecanemab e donanemab) mirati a contrastare l’Alzheimer in fase iniziale. Una doccia fredda che arriva nonostante il semaforo verde già incassato da Fda negli Usa e da Ema in Europa. E che ha spinto a intervenire l’Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer. L’Intergruppo promuoverà nelle prossime settimane un confronto con Aifa, la comunità scientifica, le società scientifiche, le associazioni dei pazienti “affinché questa decisione rappresenti non un punto di arrivo, ma l’inizio di una riflessione condivisa sul futuro della lotta all’Alzheimer nel nostro Paese”, hanno spiegato le presidenti Beatrice Lorenzin e Annarita Patriarca.

Ma come mai sugli stessi medicinali la decisione di Ema e quella di Aifa sono state così diverse? “L’Ema ci dice che questi farmaci hanno un profilo di sicurezza ed efficacia tale da poter essere commercializzati. L’Aifa, valutando l’impatto sul nostro Servizio Sanitario Nazionale, ci dice però che i benefici clinici non sono sufficienti a giustificarne il costo per la collettività. È il classico, doloroso paradosso in cui l’innovazione scientifica si scontra con il pragmatismo del Market Access e dell’Hta (Health Technology Assessment)”.

“Senza la rimborsabilità pubblica, questi anticorpi monoclonali (estremamente costosi) – chiarisce il farmacologo – rischiano di essere un privilegio. A parte i fortunati inseriti in limitati trial per uso compassionevole, assisteremo a una polarizzazione? Chi ha le disponibilità economiche potrà provare a rallentare ‘il ladro dei ricordi’, e chi non le ha dovrà rinunciarvi”, chiarisce il farmacologo clinico dell’Università di Milano. “Un tema etico enorme per un Paese fondato sul diritto universale alla salute”. Il punto, nell’Italia che invecchia, è sostanziale. “Dobbiamo essere intellettualmente onesti: questi farmaci non sono la cura definitiva. Offrono un rallentamento del declino cognitivo a fronte di effetti collaterali che richiedono monitoraggi continui (e costosi) tramite risonanze magnetiche. Può un sistema sanitario pubblico, già cronicamente sottofinanziato e a corto di personale, assorbire un urto organizzativo ed economico simile, senza togliere risorse ad altre patologie?”, si chiede lo specialista. Una cosa è certa: “Non ci sono risposte facili. Da un lato c’è il bisogno disperato di milioni di famiglie di avere un’arma, anche imperfetta, contro l’Alzheimer. Dall’altro, l’imperativo dei decisori pubblici di allocare risorse solo dove il rapporto costo-beneficio è inequivocabile.  Questa decisione segna un precedente importante su come l’Italia gestirà l’onda d’urto delle terapie innovative del futuro”, chiosa Centemeri.

(*) La Presse

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