di Margherita Lopes (*)
Donald Trump rispolvera lo spettro dei dazi sui farmaci, non da subito però. E nel mirino questa volta ci sono i generici. Dal primo agosto 2026 i medicinali equivalenti importati negli Stati Uniti resteranno esenti da tariffe per due anni, poi saranno sottoposti a dazi del 100% per un anno e successivamente a tariffe del 200%. Una ‘spada di Damocle’ che rischia di rivelarsi una polpetta doppiamente avvelenata, non solo per le imprese. “Le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump rappresentano un cambio di scenario che merita la massima attenzione. Pur prendendo atto del periodo transitorio annunciato, l’introduzione di dazi sui farmaci generici rischia di produrre effetti che vanno ben oltre il commercio internazionale”, commenta a caldo Riccardo Zagaria, presidente di Egualia, l’associazione delle aziende produttrici di farmaci equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines. Sull’annuncio di Trump si è espressa anche la Commissione europea: l’auspicio è che i farmaci generici europei restino esenti dai nuovi dazi. E questo in base all’accordo commerciale transatlantico del 2025, secondo cui ai generici Ue dovrebbe continuare ad applicarsi il trattamento MFN. Il portavoce della Commissione europea, Olof Gill, ha sottolineato come “gli Stati Uniti si sono impegnati a esentare i farmaci generici dai dazi del 15%; pertanto continua ad applicarsi il trattamento della ‘nazione più favorita’ (MFN), che corrisponde a un’aliquota dello 0%”. I farmaci innovativi dell’Ue rimangono soggetti a un dazio del 15%. “Ciò dimostra chiaramente che la dichiarazione congiunta Ue-Usa stia producendo risultati concreti, preservando la stabilità e proteggendo un settore strategico chiave da perturbazioni e aumenti dei dazi”, ha sottolineato Gill. Certo, l’accordo in sé non è giuridicamente vincolante, ma qualsiasi violazione rischia di innescare ritorsioni tariffarie reciproche. “I medicinali fuori brevetto rappresentano un presidio essenziale per la salute pubblica. Garantiscono ogni giorno la continuità delle cure a milioni di pazienti e contribuiscono in modo determinante alla sostenibilità dei sistemi sanitari. Proprio per il loro valore strategico dovrebbero restare al di fuori delle dispute commerciali e dall’applicazione dei dazi”, riflette Zagaria.
“L’introduzione di barriere commerciali su prodotti che rappresentano oltre il 90% delle prescrizioni negli Stati Uniti rischia di aggravare le tensioni nelle catene di approvvigionamento dei medicinali essenziali. La produzione dei medicinali fuori brevetto si fonda oggi su filiere globali altamente integrate, nelle quali principi attivi, eccipienti, confezionamento e produzione finale coinvolgono Paesi diversi”.
Un tema ‘caldo’ anche per Medicines for Europe: l’associazione è convinta che le misure rischino di provocare “significative carenze di farmaci in tutti gli Stati Uniti”. Insomma, “se l’obiettivo è rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, occorre sostenere la produzione con politiche industriali e regole di mercato sostenibili, non creare nuove barriere commerciali. I medicinali equivalenti non sono una semplice commodity industriale, ma un’infrastruttura strategica per la salute pubblica. Ogni misura che ne comprometta la sostenibilità economica o la libera circolazione rischia di tradursi in minore disponibilità dei medicinali, maggiori costi per i sistemi sanitari e minore accesso alle cure per i pazienti”, conclude Zagaria.
(*) La Presse
