Ho letto Consequential Universes con una sensazione insolita: quella di trovarmi davanti a un libro che non tenta di aggiungere l’ennesima opinione sul presente, ma di costruire una grammatica per capirlo.
Non è un libro “sui social”, anche se i social ci sono. Non è un libro “sull’intelligenza artificiale”, anche se l’intelligenza artificiale attraversa l’intero scenario. Non è nemmeno un libro sulla manipolazione, almeno non nel senso ordinario del termine. È qualcosa di più radicale: un tentativo di classificare la realtà nella quale viviamo, interpretiamo, giudichiamo e agiamo.
Il titolo può ingannare. Universi consequenziali non significa semplicemente universi che vengono uno dopo l’altro. La tesi è più sottile, e anche più inquietante: ciascuno di noi vive e agisce dentro un proprio universo primario, ma oggi entra continuamente in contatto con universi secondari molto più lontani dal proprio di quanto accadesse in passato. E questo contatto non è più soltanto umano, diretto, lento, contestuale. È mediato da piattaforme, immagini, algoritmi, codici sociali, pressioni reputazionali, esempi imitabili e ambienti cognitivi artificialmente amplificati.
Il punto decisivo non è che questi universi esistano. Il punto è che l’individuo può iniziare ad agire nel proprio mondo reale usando valori, categorie, posture e desideri presi da un universo che non è il suo. A quel punto la domanda diventa molto concreta: quell’azione funziona ancora? È ancora appropriata? Serve ancora all’equilibrio dell’individuo, della cultura e dell’ambiente in cui egli vive? Oppure è una performance importata, magari seducente, magari premiata socialmente, ma disallineata rispetto alla vita reale?
Consequential Universes parte da qui: dal rapporto uomo-cultura-natura. Prima ancora dei social, dell’intelligenza artificiale e dell’Hive, il libro rimette l’uomo dentro un sistema di equilibrio. L’essere umano non è una mente sospesa nel vuoto. È un organismo che interpreta ciò che lo circonda, assegna valore agli stimoli, costruisce giudizi, produce azioni e, agendo, modifica il proprio ambiente.
Cultura e natura non sono sfondi decorativi. Sono i due grandi poli entro cui l’uomo deve mantenere appropriatezza, efficacia, continuità e adattamento.
Poi arriva la frattura contemporanea. Gli universi entrano in contatto, ma non più soltanto attraverso la prossimità umana, la famiglia, la scuola, la città, la comunità, il lavoro, la tradizione o il conflitto diretto. Entrano in contatto attraverso mediazioni tecnologiche. Ed è qui che il libro diventa attuale nel senso più forte del termine. Perché il contatto mediato non trasmette soltanto informazioni. Trasmette gerarchie di valore, posture emotive, forme di desiderio, modelli di successo, paure, vergogne, linguaggi, automatismi.
E poi, nel libro, compare un protagonista inatteso: l’Hive, l’alveare.
Non è semplicemente internet. Non è la massa. Non è il “popolo dei social”. È qualcosa di più difficile da descrivere e, proprio per questo, più vicino alla nostra vita quotidiana: una forma di coordinamento cognitivo che nasce quando percezioni, reazioni, tracce, imitazioni e sanzioni si aggregano attraverso mediazione tecnica.
Ci arriveremo.
Prima, però, bisogna capire che cosa sia un universo.
Ho chiesto a Marco Palombi (nella foto), autore di Consequential Universes, di spiegare perché questa trasformazione riguardi ormai non solo la comunicazione, ma la struttura stessa dell’azione umana.
Domanda. Caro Palombi, partiamo dal titolo. Che cosa significa davvero Consequential Universes?
Risposta. È una tassonomia della realtà.
Noi sappiamo, ma spesso dimentichiamo, che l’universo in cui viviamo non è fatto soltanto degli oggetti materiali che ci circondano. Non è solo la sedia su cui siamo seduti, il bicchiere d’acqua che stiamo bevendo, la temperatura di questa sala. È anche il codice di abbigliamento che io e lei abbiamo scelto per questo incontro, la forma delle nostre frasi, il modo in cui ci rivolgiamo l’uno all’altro, il motivo stesso per cui stiamo facendo questa intervista.
È la cultura nel senso herskovitsiano del termine: la parte dell’ambiente fatta dall’uomo. Noi viviamo in un ambiente che è in parte fisico e naturale, e in parte composto da leggi, luoghi, significati, convenzioni, linguaggio, simboli, aspettative e forme di relazione. Questo ambiente ci influenza, e noi lo influenziamo a nostra volta. Noi ci adattiamo all’ambiente, e l’ambiente si adatta a noi.
Questo insieme, fisico e non soltanto fisico, è il mio universo primario, perché è il campo operativo a partire dal quale io percepisco, giudico e agisco. Ma, nello stesso momento, è anche un universo secondario per chiunque lo osservi, ora o in futuro, concedendogli anche soltanto un bagliore di attenzione, risorsa sempre più rara.
Domanda. Quindi mentre lei parla del suo universo, io sto già guardando il suo universo come secondario.
Risposta. Esattamente. E, mentre lei lo osserva, anche il suo universo diventa secondario per me. Non esistono universi isolati appena nasce una relazione. Il punto è capire che cosa accade quando l’osservazione non resta osservazione.
Se io osservo l’universo primario di qualcun altro, che per me è un universo secondario, e adotto nel mio universo comportamenti derivanti da ciò che ho osservato, accade qualcosa di connaturato all’esperienza umana. Se quell’osservazione possiede una salienza sufficiente a modificare la mia percezione del valore, della giustizia, del desiderabile, del normale o dell’appropriato, anche nelle cose minime, allora il mio universo primario diventa subordinato all’universo secondario osservato.
Domanda. Aspetti. Mi sta dicendo che il mio universo può restare mio, ma essere abitato con criteri presi da un altro universo?
Risposta. Sì. È proprio questo il punto.
Diventa subordinato perché cambia la mia relazione con esso, a causa della mia temporanea immersione in un universo secondario. E questa immersione avviene attraverso l’attenzione che vi ho dedicato, magari anche solo per venti secondi.
Quindi il mio universo è contemporaneamente primario, secondario e subordinato. È primario per me, secondario per chi lo osserva, subordinato quando la mia percezione e la mia azione vengono riorientate da un universo che ho incontrato.
Domanda. Sembra complesso.
Risposta. Lo è, ma solo finché resta astratto. Nel libro diventa chiaro attraverso la storia dei quattro ragazzi. Sono diversi tra loro, appartengono a universi differenti, ma a un certo punto entrano in connessione. Da quel momento non si limitano più a osservarsi. Cominciano a mutuare significati, valori, esempi, posture e criteri di giudizio.
Ed è lì che l’astrazione diventa concreta: ciò che ciascuno vede nell’universo dell’altro torna nel proprio universo come criterio d’azione. Da quel momento, il problema non è più soltanto che cosa una persona pensa, ma da quale universo proviene il criterio con cui sta pensando, giudicando e agendo.
Domanda. Quindi il libro non chiede solo: “che cosa pensi?”. Chiede: “da dove viene il criterio con cui pensi?”.
Risposta. Esatto. Ed è una domanda molto meno innocente.
Domanda. Ma gli universi sono sempre entrati in contatto. Che cosa cambia oggi?
Risposta. Cambia la distanza tra gli universi e cambia la forma del contatto.
Il contatto tradizionale era, nella maggior parte dei casi, un contatto tra universi relativamente simili. A parte poche eccezioni, come coloro che potevano compiere il Grand Tour o vivere esperienze di reale attraversamento culturale, l’individuo entrava normalmente in relazione con universi prossimi al proprio: la stessa campagna, lo stesso clima, lo stesso cibo, la stessa religione, la stessa struttura familiare, lo stesso orizzonte simbolico.
Naturalmente esistevano differenze sociali, economiche, linguistiche, politiche. Un re e un pastore non vivevano certo la stessa vita. Ma quelle differenze erano ancora collocate dentro un ambiente riconoscibile, fisicamente condiviso e culturalmente continuo. Il re e il pastore rispondevano, in fondo, a uno stesso linguaggio simbolico, solo su dimensioni diverse e su scale temporali diverse. Erano immersi nello stesso liquido semiotico, mi perdoni il gioco di parole.
Oggi invece il contatto avviene con universi spesso molto più lontani dal proprio, e avviene in forma mediata. Non incontro soltanto l’universo di un’altra persona. Incontro un frammento selezionato, tagliato, amplificato, ripetuto e reso saliente da un ambiente tecnico. Vedo ciò che una piattaforma mi mostra, ciò che un algoritmo ritiene ingaggiante, ciò che altri hanno già premiato con attenzione, reazioni, commenti, condivisioni.
È come entrare in una stanza non dalla porta, ma da una vetrina illuminata. Non vedo semplicemente la stanza. Vedo ciò che è stato disposto per essere visto.
Domanda. Bellissima immagine. E anche un po’ inquietante.
Risposta. Perché è vera. E questo modifica tutto.
L’universo secondario con cui entro in contatto non è più soltanto diverso dal mio: è anche preparato per catturare la mia attenzione. Non arriva come esperienza integrale, lenta, contestuale. Arriva come salienza. Come frammento ad alta intensità. Come immagine, gesto, frase, corpo, rabbia, desiderio, indignazione, successo, vergogna.
Da qui nasce il rischio insito nella subordinazione. Io non adotto necessariamente un altro universo nella sua interezza. Spesso ne adotto un frammento reso potentissimo dalla mediazione tecnica, che crea o diminuisce artificialmente la salienza dello stesso. E quel frammento può bastare a modificare il modo in cui percepisco valore, giustizia, desiderabilità, normalità o appropriatezza dentro il mio universo primario.
Domanda. Quindi il problema non è internet.
Risposta. No.
Domanda. Non è l’intelligenza artificiale.
Risposta. No.
Domanda. Non sono nemmeno i social.
Risposta. No. Il problema è più profondo: oggi il contatto tra universi è cambiato. Internet, i social e l’intelligenza artificiale sono acceleratori, amplificatori, ordinatori di salienza. Ma il fenomeno riguarda la struttura stessa della relazione tra percezione, valore e azione.
Domanda. Lei ha usato una parola: salienza. Perché è così importante?
Risposta. Perché noi non viviamo semplicemente immersi nella realtà. Viviamo immersi in una realtà selezionata.
Ogni istante potremmo vedere, ascoltare, ricordare, confrontare, desiderare migliaia di cose. Ma non lo facciamo. Qualcosa emerge, qualcos’altro resta sullo sfondo. La salienza è questo: il potere di una cosa di imporsi all’attenzione, di diventare figura rispetto allo sfondo, di chiedere al nostro sistema percettivo: guarda me, non il resto.
E oggi la salienza non è più soltanto naturale, sociale o culturale. È tecnica. Viene prodotta, ordinata, testata, ottimizzata. Una frase, un volto, un corpo, un gesto, una ferita, un’indignazione, una paura, una promessa di successo possono diventare salienti perché un ambiente tecnico li spinge davanti ai miei occhi nel momento giusto, nel formato giusto, con la ripetizione giusta.
Domanda. Quindi non è solo questione di contenuti.
Risposta. Esatto. La discussione pubblica parla sempre di contenuti, perché il contenuto è visibile. Ma il punto più profondo è l’ambiente di selezione. Chi decide che cosa diventa saliente sta già influenzando il modo in cui l’uomo percepisce il proprio universo.
Non serve convincermi con un trattato. Basta farmi vedere cento volte la stessa postura, lo stesso modello di successo, lo stesso tipo umano, la stessa indignazione, la stessa vergogna. Dopo un po’ non penso più di aver ricevuto un messaggio. Penso che quella sia semplicemente la forma del mondo.
Domanda. È qui che il suo discorso incontra la guerra cognitiva?
Risposta. Sì, ma Consequential Universes non è un libro sulla guerra cognitiva. È un libro più fondamentale. La guerra cognitiva è una forma intenzionale di intervento sulla percezione, sul giudizio e sulla decisione, ed è un tema che ho affrontato in un lavoro precedente. Qui il discorso è più ampio: anche senza un attore ostile, anche senza un piano centralizzato, anche senza una campagna organizzata, gli universi possono entrare in rapporto in modo tale da riorientare l’azione dell’individuo.
La guerra cognitiva è il caso strategico. Consequential Universes descrive la struttura antropologica che rende possibile quel caso strategico.
Domanda. Questo è interessante: infatti il libro non dice che tutto è manipolazione.
Risposta. No, sarebbe una sciocchezza. E anche una scusa troppo comoda.
Se tutto è manipolazione, nessuno è responsabile di nulla. Il libro non dice che l’uomo è una marionetta. Dice che l’uomo è un essere situato, esposto, relazionale, attento solo in parte, influenzabile attraverso salienze, esempi, forme culturali, codici e ambienti.
Questo non elimina la libertà. La rende più seria. Perché una libertà che non conosce l’ambiente in cui opera non è più libera: è soltanto ingenua con buona autostima.
Domanda. La ringrazio. Avevo già paura di dovermi sentire in colpa anche per aver guardato una vetrina.
Risposta. Tranquillo, possiamo continuare a guardare le vetrine. Basta ricordarsi che una vetrina non è una stanza: è una stanza che ha imparato a farsi desiderare.
Domanda. Nel libro c’è anche una dimensione evolutiva. Cosa intende?
Risposta. Intendo che un comportamento non va valutato soltanto per la sua coerenza simbolica, ma per la sua appropriatezza rispetto all’universo primario in cui viene agito.
Un comportamento può essere perfettamente sensato nell’universo da cui proviene e diventare disfunzionale quando viene importato altrove. Può essere premiato in un ambiente digitale e produrre danni nell’ambiente fisico. Può generare status in una comunità simbolica e ridurre efficacia nella vita reale. Può aumentare visibilità e diminuire consistenza.
L’evoluzione, qui, non va intesa in modo banalmente biologico. È capacità di mantenere equilibrio, continuità, adattamento, efficacia situazionale. È il rapporto tra uomo, cultura e natura che torna a chiedere il conto.
Domanda. Mi faccia un esempio semplice.
Risposta. L’eterno adolescente.
Domanda. Categoria affollata.
Risposta. Molto. Ma non la uso in senso moralistico. L’eterno adolescente non è “una brutta persona”. È una figura di disallineamento.
Il soggetto vive in un universo primario adulto, con corpo adulto, responsabilità adulte, tempo adulto, conseguenze adulte. Ma agisce secondo codici mutuati da universi che premiano adolescenza permanente: gratificazione immediata, esposizione di sé, desiderio senza durata, estetica senza responsabilità, fragilità performativa, consumo identitario.
Il punto non è condannare l’adolescenza. L’adolescenza ha una funzione. È una fase di sperimentazione, separazione, costruzione dell’identità, prova del limite. Ma se i suoi codici vengono trasformati in modello permanente dell’adulto, l’omeostato si altera.
Domanda. Quindi una società può essere molto moderna e molto disallineata.
Risposta. Certo. Può essere brillante, vendibile, fotogenica, piena di stimoli e allo stesso tempo incapace di produrre continuità. Il problema non è se un modello è seducente. Il problema è se è adatto all’universo primario nel quale viene applicato.
Domanda. E qui arriva l’Hive.
Risposta. Sì. L’Hive arriva quando il contatto tra universi non è più soltanto individuale, ma diventa mediato da un sistema. I quattro ragazzi del libro, a un certo punto, non sono più soltanto quattro storie. Diventano nodi di una connessione.
L’Hive non è semplicemente la folla. Non è il “popolo di internet”. Non è una massa che pensa tutta la stessa cosa. È una forma di coordinamento cognitivo nella quale percezioni, reazioni, tracce, imitazioni, conferme e sanzioni si aggregano attraverso mediazione tecnica.
Domanda. Cosa vuol dire “tracce”?
Risposta. Vuol dire che ogni gesto lascia un segno nell’ambiente: un like, una visualizzazione, una condivisione, un commento, una parola ripetuta, un tempo di permanenza, una scelta di visibilità. Queste tracce diventano segnali per altri.
Per muovere uno stormo, uno sciame, un banco di pesci, non serve un ordine centrale. Basta un ambiente pieno di segnali. Gli altri vedono dove si è depositata attenzione e tendono a seguirla. È una forma di coordinamento antica, che la tecnica rende nuova nella scala, nella velocità e nella capacità di accumulo.
Domanda. Quindi l’Hive non comanda. Orienta.
Risposta. Esatto. L’Hive è potentissimo proprio perché non ha bisogno di comandare. Rende alcune cose più visibili, più imitate, più premiate, più difficili da contraddire. Produce normalità attraverso accumulo. È una forma di potere molto elegante: non ti dice necessariamente cosa devi pensare. Ti mostra continuamente cosa pensano, desiderano, puniscono o celebrano gli altri. Poi lascia che sia tu a fare il resto.
Domanda. Il che è quasi peggio.
Risposta. È più raffinato. “Peggio” è una parola morale. Io direi: più efficiente.
Domanda. Mi colpisce che nel suo discorso l’Hive non sia una specie di mostro tecnologico.
Risposta. Perché non lo è. L’Hive non è il mostro. È la forma. Può coordinare, accelerare, far emergere segnali, produrre intelligenza distribuita, mobilitare risorse, generare riconoscimento. Ma può anche omogeneizzare, comprimere, ridurre la differenza, premiare il comportamento più reattivo e rendere costosa la deviazione. Il moralismo arriva sempre troppo presto e capisce sempre troppo poco. Prima bisogna descrivere la forma. Poi si può discutere di ciò che quella forma produce.
Domanda. E il lettore, alla fine, che cosa dovrebbe chiedersi?
Risposta. Dovrebbe chiedersi: da quale universo proviene il criterio con cui sto agendo?
Non basta domandarsi che cosa penso. Bisogna chiedersi da dove viene il criterio che mi fa considerare quella cosa vera, desiderabile, giusta, normale, urgente, ridicola o vergognosa. Perché il punto non è solo il contenuto del pensiero. È la genealogia operativa del giudizio: da dove nasce quel mio pensiero, da quale sensazione, da quale valore, da quale osservazione, da quale immersione temporanea.
Domanda. Sembra una domanda molto difficile da sostenere ogni giorno.
Risposta. Certo. Infatti non propongo di vivere come un monaco analitico che, prima di scegliere una bevanda, ricostruisce la genealogia della propria sete.
Domanda. La ringrazio. Avevo già paura di dovermi sentire in colpa anche per ordinare un caffè.
Risposta. Può ordinare il caffè. Il modello serve quando una scelta che sembra naturale rischia di produrre asincronia e disordine nel proprio universo primario. Lì bisogna fermarsi e chiedere: questo criterio è mio nel senso operativo del termine, oppure è stato mutuato da un universo secondario che ho osservato abbastanza da farmi subordinare?
Domanda. Una domanda non comodissima.
Risposta. No. Ma i libri comodi servono a confermare il lettore. Questo prova a disturbarlo, ma con garbo.
Terminata l’intervista, mi sono accorto che la domanda continuava a lavorare. Non in modo spettacolare. Nessuna conversione improvvisa. Nessuna folgorazione. Più semplicemente, camminando, ho iniziato a chiedermi da dove provenissero alcuni dei miei giudizi più spontanei. Non le mie idee dichiarate. Quelle sono facili da riconoscere. I criteri più piccoli, quelli che uso quasi senza pensarci: ciò che considero normale, desiderabile, ridicolo, urgente, elegante, debole, forte, moderno, superato.
È lì che Consequential Universes diventa interessante. Non perché offra al lettore una formula rassicurante, ma perché gli consegna una domanda difficile da disinnescare: quanto di ciò che considero mio nasce davvero dal mio universo primario, e quanto invece proviene da universi secondari che ho osservato, assorbito e trasformato in criteri d’azione?
Il libro non demonizza il presente. Lo classifica. Non predica una fuga dalla tecnica. Mostra che la tecnica ha modificato il modo in cui gli universi entrano in contatto, si osservano, si influenzano e si subordinano.
Alla fine resta una sensazione precisa: Consequential Universes non è un libro da leggere per confermare ciò che già si pensa, ma per capire da dove proviene il criterio con cui si sta pensando.
E questa, oggi, è una domanda molto meno teorica di quanto sembri.
In realtà, tornando a casa, ho capito che non avevo ancora finito il libro.
Forse lo avevo appena cominciato.
Consequential Universes, di Marco Palombi, è disponibile su Amazon.
LPS
