Primo piano

  I GraffitidiDana – Entra la Primavera…anche il pettirosso ha sfoggiato fuori la pelliccia

di Loredana Vaccarotti

 

Finalmente è arrivata la primavera, tanto attesa, tranne nella Tuscia, poiché forti nevicate, però spero sia il fanalino di coda. Ed ora un tuffo nel passato.

C’è stato un tempo — e no, non è una ricostruzione storica esagerata — in cui l’estate iniziava davvero a giugno e finiva a settembre. Non perché lo dicesse il calendario, ma perché lo annunciava tua madre con quella frase che decideva il destino di tre mesi:
“Quest’anno si va al mare… forse.”

Quel “forse” aveva più suspense di qualsiasi serie TV. Tre stagioni di ansia concentrate in una parola.

Eravamo ricchi. Non lo sapevamo, ma lo eravamo davvero. Avevamo tempo, amici e una straordinaria capacità di divertirci con cose che oggi verrebbero bocciate anche da un tutorial per principianti.

La musica, per esempio, non si sceglieva: si cacciava.
La radio era una giungla. Partiva la tua canzone preferita e tu scattavi verso il registratore come se stessi salvando l’umanità. Premendo “REC” con una precisione che oggi non hai nemmeno quando devi inviare un’email importante.

E proprio in quel momento, il DJ iniziava a parlare.
Sempre.
Con una puntualità svizzera.

“E questa era…”
NO. NON ERA. NON AVEVO ANCORA REGISTRATO.

Le cassette che ne uscivano erano opere d’arte inconsapevoli:
lato A amore eterno, lato B crisi sentimentale… senza aver mai avuto una relazione.

Il mare non era una vacanza. Era una prova di sopravvivenza con elementi naturali e familiari ostili.

Si partiva all’alba “per evitare il traffico”.
Il traffico c’era. Sempre.
Probabilmente partiva prima di noi per farsi trovare pronto.

La macchina era così piena che se avessi tolto una borsa, probabilmente si sarebbe smontata da sola.

Arrivavi, scendevi, respiravi… e tuo padre diceva:
“Qui tira vento.”

Sempre. Anche se le foglie stavano ferme da mezz’ora.
Era più una sensazione interiore.

Montare l’ombrellone era un test di coppia, di famiglia e di equilibrio mentale.
Dopo dieci minuti di tentativi, sabbia negli occhi e consigli non richiesti, arrivava la frase finale:
“Va bene così.”

Traduzione: se cade, fingiamo che fosse voluto.

Entrare in acqua era un percorso a ostacoli burocratico.
Prima dovevi mangiare.
Dopo aver mangiato, dovevi aspettare.
Quanto? Boh. Dipendeva da fattori misteriosi, tipo le maree o l’umore degli adulti.

Se chiedevi:
“Posso fare il bagno?”

Risposta standard:
“Tra poco si mangia.”
Oppure:
“Hai appena mangiato.”

Il mare, a un certo punto, diventava quasi un concetto teorico.

Quando finalmente entravi:
“Non ti allontanare!”

Che non era un consiglio, era una delimitazione catastale.

Il pranzo in spiaggia era un evento che richiedeva più organizzazione di un matrimonio.
C’era di tutto: pasta, pollo, parmigiana, cocomero.
Praticamente un menù degustazione… con sabbia inclusa.

La sabbia era ovunque:
nel panino, nei capelli, nelle pieghe dello spazio-tempo.

Intorno a te si sedevano persone che non conoscevi, ma a un certo punto qualcuno diceva:
“Passami il pane.”
E tu glielo passavi. Senza fare domande.
Perché in spiaggia eravamo tutti una grande famiglia… non richiesta.

Dialogo tipico:
“Mangia.”
“Ho mangiato.”
“Prendi ancora.”

Era impossibile vincere. Più mangiavi, più risultavi ancora affamato.

Dopo pranzo, la spiaggia diventava silenziosa. Troppo silenziosa.
Gli adulti dormivano. Tutti. Nello stesso momento. Come se fosse un comando centrale.

E russavano.
Con una potenza tale che le onde sembravano un sottofondo.

Tu provavi a muoverti piano e subito:
“Non fare rumore!”

Detto da una persona che stava producendo suoni degni di un motore diesel.

I giochi erano semplici. Bastava un pallone mezzo sgonfio per creare tensioni internazionali.
La regola principale era chiara:
chi portava il pallone decideva tutto.

Una dittatura, ma sorprendentemente efficiente.

Le amicizie nascevano così:
“Giochiamo?”
“Sì.”

Fine. Migliori amici.
Dopo tre giorni condividevate tutto.
Dopo una settimana non sapevi comunque il suo nome completo.
Dopo due settimane spariva nel nulla.
Una sparizione degna dei migliori thriller.

Gli scherzi erano capolavori di semplicità. Il citofono era il nostro social network.
Si suonava, si diceva una cosa senza senso e si scappava ridendo come se avessimo fatto la battuta del secolo.

Ridevamo tantissimo.
Oggi servono serie, stand-up, contenuti.
Allora bastava:
“Pronto?”
…silenzio…
e qualcuno che rideva male dietro.

Con mille lire eri ricco davvero.
Il gelato diventava una decisione strategica:
due gusti con panna o tre senza?

Scelte che ti facevano crescere più di qualsiasi corso motivazionale.

Il gelataio ti guardava come se stesse valutando la tua maturità emotiva.
Poi comunque decideva lui.

La sera si usciva “a fare un giro”.
Che significava non fare assolutamente niente.

Seduti su un muretto, a parlare, a ridere, a guardare la gente passare.
Nessuna fretta, nessun obiettivo, nessuna notifica.

E funzionava.

Tornavi a casa stanco, spettinato, pieno di sabbia…
e incredibilmente felice.

Perché non era successo niente di speciale.
E proprio per questo era stato tutto perfetto.

Oggi non ti manca la cabina telefonica.
Non ti manca nemmeno il citofono.

Ti manca quella facilità di ridere per niente.
Quella leggerezza che non sapevi di avere.
Quel modo di vivere senza accorgerti che stavi vivendo qualcosa che un giorno avresti raccontato dicendo:

“Eravamo sotto un ombrellone storto… e ridevamo per tutto.”

E la cosa assurda è che bastava davvero poco.

Anzi, a pensarci bene,
bastava niente.

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