di Loredana Vaccarotti
C’è un momento, in ogni grande evento internazionale, in cui il mondo trattiene il fiato. E poi c’è l’Italia, che invece il fiato lo usa per commentare, giudicare, criticare, elogiare, e possibilmente fare tutto questo prima che l’evento inizi davvero.
Benvenuti alle Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026, dove lo show inaugurale non è ancora finito e già si sente un coro nazionale di: “Mah, vediamo… però meglio gli altri anni… però devo dire che… però guarda che eleganza… però la Pausini sì, però l’inno no, però il tricolore sì, però il ghiaccio non è come quello di una volta…”
Gli italiani sono pronti. Non per vincere medaglie. Per commentare su WhatsApp.
Sappiamo già cosa succederà:
Se tutto funzionerà: “Eh ma al Nord è facile”.
Se qualcosa andrà storto: “Eh ma l’Italia”.
Ma l’apertura è stato un trionfo patriottico diciamolo: quando si tratta di fare scena, noi italiani abbiamo un talento naturale. Il tricolore sventola, e improvvisamente tutti diventiamo esperti di estetica, coreografia, storia patria e illuminotecnica.
La sfilata iniziale? Un tripudio di verde-bianco-rosso che ha fatto dire a molti: “Ah però, guarda che classe.” E subito dopo: “Però io avrei fatto un verde un po’ più bosco, eh.”
Perché l’eleganza italiana è così: ci appartiene, ma non ci basta mai.
Poi arriva Laura Pausini, che apre bocca e mette d’accordo tutti. Un miracolo nazionale. Una specie di tregua olimpica, ma con le note alte.
Lei canta, e l’Italia intera sospira: “Ecco, vedi? Quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene.”
Cinque secondi dopo: “Però la base era un po’ alta, eh.”
L’INNO D’ITALIA: QUEL MOMENTO IN CUI TUTTI DIVENTANO TENORI
L’inno è sempre il momento più rischioso. È lì che si vede chi siamo davvero: un popolo che non sa mai se cantare, urlare, commuoversi o correggere il vicino che sbaglia le parole.
Eppure, anche stavolta, l’effetto è stato quello giusto: un brivido collettivo, un’onda emotiva, un “Fratelli d’Italia” che parte in 15 tonalità diverse ma con un unico cuore.
GLI ITALIANI HANNO GIÀ SENTENZIATO
La verità è che noi non aspettiamo la fine dello spettacolo. Noi giudichiamo in diretta, con la stessa sicurezza con cui il resto del mondo ordina un cappuccino dopo pranzo (cioè sbagliando, ma convinti).
E così, mentre lo show inaugurale procede, già si sentono le prime recensioni definitive:
“Bellissimo” “Terribile” “Carino ma potevano fare di più”
“Io l’avrei fatto meglio” “Io l’avrei fatto peggio ma con più entusiasmo” “Io comunque Cortina la preferivo nel ’56, ma non ero nato.”
È il nostro sport nazionale: commentare. E siamo imbattibili.
Ma perché ci auto distruggiamo? I nostri cugini vicini e lontani, non hanno fatto un gran figurone…!
Se penso alle olimpiadi di Parigi 2024, viene spontaneo chiedersi: abbiamo perso un’occasione… o abbiamo evitato di trasformare il Tevere in una piscina olimpica con bonus antibiotico incluso?
Perché Parigi ci ha insegnato che il vero sport olimpico moderno è il multitasking sanitario. Il triathlon nella Senna non era solo nuoto, bici e corsa: era nuoto, bici, corsa e un corso accelerato di microbiologia applicata. Alcuni atleti sono usciti dall’acqua più forti. Altri, forse, più… colonizzati.
Si dice che qualcuno abbia sviluppato superpoteri. O probabilmente, una conoscenza molto intima dell’Escherichia coli.
I parigini si lamentavano dei topi. Poi hanno deciso: “Sapete che c’è? Facciamo nuotare gli atleti direttamente nella fogna a cielo aperto. Così uniamo sport e realismo urbano”. Il triathlon è diventato una gara a ostacoli sanitari.
La cerimonia: tra arte, pioggia e asciugacapelli, se vi ricordate l’apertura è durata quattro ore sotto la pioggia.
Alla fine gli atleti non gareggiavano più per l’oro, ma per un phon.
La Francia ha fatto la cosa più francese possibile: trasformare l’apertura olimpica in un dibattito filosofico globale. Tra polemiche, simbolismi e discussioni teologiche, a un certo punto sembrava più un talk show che un evento sportivo. Mancava solo il VAR teologico e stavamo a posto.
E poi c’è Roma: le Olimpiadi no, la seggiovia forse
E qui entra la nostra storia nazionale.
Roma disse no alle Olimpiadi.
Troppo costose, troppo rischiose, troppo complicate.
Ma una seggiovia?
Beh, quella sì. Perché nulla dice “visione urbana del futuro” come un impianto sciistico emotivo nel traffico romano.
L’idea di vedere turisti americani sorvolare la Prenestina su una seggiovia, con sotto clacson, motorini e un kebab aperto h24, aveva un suo fascino distopico.
Immaginate il commento olimpico:
“E qui vediamo l’atleta bloccato tra due cabine per un guasto tecnico, mentre sotto qualcuno urla: ‘Aò, ma scendi e spingi!’”.
E mentre il mondo discute della Senna, della cerimonia, dei letti di cartone e dei tiratori con lo stile da bar sport, noi italiani restiamo coerenti: non sappiamo se vogliamo le Olimpiadi…ma sappiamo sicuramente che le commenteremo meglio di tutti.
Se queste sono le premesse: possiamo essere critici, ironici, iper-esigenti, ma quando si accendono i riflettori, quando il mondo guarda verso di noi, quando il tricolore si illumina e la musica parte… beh, lì diventiamo quello che siamo sempre stati: un Paese che sa stupire, emozionare e far parlare di sé.
E se gli italiani hanno già sentenziato, poco male. Lo fanno per amore. E per sport. Che, in fondo, è perfettamente in tema
E buon sesso a tutti, con 200.000 profilattici gratuiti abbiamo vinto l’oro dell’amore.
Buon San Valentino
