di Loredana Vaccarotti
Il traffico, il lavoro, la dignità istituzionale: Donald Trump ha appena conquistato la Groenlandia… con un pinguino che non esiste.
Siamo ufficialmente entrati nell’era in cui la geopolitica viene gestita come una copertina di Topolino disegnata da un algoritmo con la febbre.
Trump annuncia che gli Stati Uniti vogliono “accesso totale” alla Groenlandia. Accesso totale.
Che, tradotto dal trumpiano, significa: “Non so bene cosa sia, ma la voglio”.
È lo stesso ragionamento con cui da piccoli dicevamo “è mio” indicando un giocattolo che stava a tre chilometri da noi.
E per celebrare questo momento storico, la Casa Bianca pubblica LA FOTO.
Trump sulla neve, posa da conquistatore, e accanto a lui un pinguino patriottico che regge la bandiera americana.
Non un generale.
Non un diplomatico.
Un pinguino.
Ora, fermiamoci un secondo: i pinguini NON VIVONO IN GROENLANDIA.
Non è una teoria.
Non è un’opinione.
È scienza di base, quella che impari quando hai sei anni e colori i continenti.
Mettere un pinguino in Groenlandia è come:
– mettere un lama a guidare la metro di Parigi
– un coccodrillo in Val d’Aosta
– Salvini che legge un libro intero
Semplicemente non succede.
Ma Trump no. Trump guarda la mappa del mondo come fosse il menu di un fast food:
“Questo lo prendo, questo lo tolgo, questo non so cos’è ma mettilo nel sacchetto”.
Probabilmente per lui Nord e Sud sono sensazioni, non direzioni.
“Mi sento molto Nord oggi.”
“Questo continente vibra male.”
E il pinguino?
Quel pinguino è l’essenza del trumpismo distillata:
– sembra potente
– sembra simbolico
– sembra patriottico
– ed è totalmente inventato
È il punto esatto in cui la propaganda guarda la realtà e le dice: “Non servi più”.
Immaginate il pinguino.
Arriva dalle Galápagos (equatore, 30 gradi, cocktail con l’ombrellino), scende dall’aereo in Groenlandia, guarda il ghiaccio infinito e pensa:
“Scusate… chi ha sabotato la mia vita?”
E Trump accanto, tutto soddisfatto:
“Questo è il futuro della sicurezza nazionale.”
Certo. Perché nulla difende l’America come un uccello confuso con la bandiera in mano.
Ma attenzione: non è un incidente. È uno stile.
È lo stesso uomo che:
– ha provato a comprare la Groenlandia come fosse un garage usato
– ha suggerito la candeggina come terapia
– ha corretto un uragano col pennarello
– ha governato il paese più potente del mondo come un gruppo WhatsApp di zii complottisti
E non venitemi a dire “eh ma anche gli altri presidenti…”.
Sì, certo.
Bush parlava come uno che stava sempre cercando la parola giusta ma la parola scappava.
Biden combatte quotidianamente contro le scale.
Obama ha traumatizzato l’America con un completo beige.
Ma nessuno aveva mai portato un pinguino fuori continente per fare politica estera.
Questa non è una gaffe.
È un universo parallelo.
È come se domani vedessimo una foto ufficiale con Trump che firma un trattato accanto a Pikachu e qualcuno dicesse:
“Beh, l’importante è il messaggio.”
No.
Il messaggio è che la realtà ha perso la partita.
La prossima volta, per favore, fate di più.
Mettete:
– un orso polare col cappellino MAGA
– un iceberg che si scioglie mentre Trump dice che il clima è una bufala
– una renna che fa da portavoce
– un’aquila che piange in sottofondo
Così almeno è tutto onesto.
Quindi, cari pinguini del mondo: state tranquilli.
Nessuno vi deporterà al Polo Nord per motivi strategici.
Cari esseri umani: preparatevi a un futuro in cui le immagini sono bellissime e il cervello è facoltativo.
E caro Donald Trump: grazie davvero. Perché governare è difficile, ma far ridere così forte mentre lo fai è un talento raro.
La prossima volta prova con un cammello a Cortina, un panda al Pentagono o un delfino come segretario di Stato.
Tanto ormai, nella geopolitica americana, la fauna è più credibile della politica.
