Primo piano

I gravi errori della storia, l’ultimo la guerra di Trump/2

di Dario Rivolta (*)

Chi conosce quel Paese ha sempre saputo che nonostante esistesse formalmente un capo potentissimo nella persona di Alì Khamenei, la Guida Suprema, costui, anche per meglio gestire le varie forze presenti nell’economia e nella società, aveva saputo diversificare le posizioni di sotto-comando e, pur lasciando il mercato relativamente libero, aveva dato grande voce nel potere economico da un lato alla Guardie Rivoluzionarie e, dall’altro, a diverse Organizzazioni benefiche che in modo clientelare garantivano lavoro e sopravvivenza a centinaia di migliaia di famiglie. Ciò non bastava a procurare un consenso unanime perché le conseguenze delle sanzioni economiche, la corruzione diffusa, la forte inflazione, una recente siccità e l’esagerata invadenza dell’ortodossia religiosa avevano fatto si che fette crescenti della popolazione non ne potessero più del potere del regime. Che ci si trovi di fronte ad un sistema corrotto, repressivo, odiato da una crescente fetta della popolazione è un dato di fatto ed è importante notare che alle ultime manifestazioni di piazza dello scorso gennaio, per la prima volta, anche i commercianti del potentissimo Bazar di Teheran vi avevano partecipato. Tuttavia, il sistema continuava a basarsi, oltre che sulla forza della repressione, soprattutto sul supporto tacito o forzoso della maggioranza della popolazione e sul controllo delle leve economiche. Ciò nonostante, il trend andava verso una inesorabile erosione del potere e la dimostrazione che i vertici se ne rendessero conto furono le ultime elezioni presidenziali che videro una scarsissima partecipazione. Per cercare di mostrare alla popolazione che era in atto un qualche cambiamento (seppur, in sostanza, puramente di facciata) e per tacitare almeno una parte degli oppositori i vertici fecero in modo che fosse eletto Presidente un tale Masoud Pezeshkian, allineato al potere ma presentato come un “moderato”. Fu una mossa allentare anche l’applicazione dell’hijab e permettere che ci fossero donne che circolavano scoperte. Agli osservatori intelligenti e non faziosi erano chiare due cose: che il regime era oramai sulla strada della fine (anche se ciò avrebbe richiesto ancora qualche anno, soprattutto grazie al mantenimento delle sanzioni) e che un attacco dall’esterno simile o peggio di quello avvenuto con i bombardamenti del giugno 2025 avrebbe resuscitato un sentimento di identità nazionale con il conseguente rafforzamento del regime. Certamente, ciò non significa che tutti siano improvvisamente diventati sostenitori del sistema vigente ma, così come succede in un periodo di guerra (vedi Ucraina e Russia e, oggi, perfino nella nostra Europa che, ufficialmente, non è nemmeno in guerra) i margini di libertà per il possibile dissenso spariscono, la repressione si fa più pervasiva e il dissenso è rimandato a dopo la fine del conflitto. La rinascita del nazionalismo si spiega anche con la storia degli iraniani che per tutto il primo novecento erano stati vittime di prepotenze straniere, inglesi soprattutto, ma anche russi e poi americani (vedi il colpo di stato contro Mossadeq). L’errore di valutazione che ha portato alla guerra è stato soprattutto degli israeliani e del Mossad ma è probabile che ci siano stati anche lo zampino della CIA e l’arroganza personale di Trump.

Il risultato oggi è che gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra che non riescono a portare a termine, che hanno esposto i propri partner a ritorsioni e si sono poi fermati quando i costi reali e possibili sono diventati troppo alti. Come non bastasse, ecco la situazione attuale:  1- che anziché crollare, il regime oppressivi degli Ayatollah ne uscirà rafforzato per almeno un po’ di anni ancora, 2- che gli alleati mondiali degli USA, non interpellati né informati prima dell’attacco, hanno aumentato la loro diffidenza nei confronti del “fratello maggiore”, 3- che il fronte degli avversari degli USA si sta sempre più ricompattando (vedi ad es. l’atteggiamento cinese davanti alle ultime esternazioni trumpiane sull’allargamento delle sanzioni indirette e il nuovo patto di mutua assistenza tra sauditi, turchi e pakistani), 4- che anche i Paesi del Golfo hanno capito che la precedente “protezione” americana cui si erano affidati è diventata più un rischio che una garanzia.

La crisi non è ancora finita ed è impossibile affermare con assoluta sicurezza quando e come finirà, ma ciò che si vede è che Trump sta cercando, a parte le minacce a vanvera mai realmente mantenute, un’uscita ad ogni costo e che è proprio lui ad avere fretta di chiudere qualche accordo, mentre il tempo gioca a favore degli iraniani.

Per concludere. gli errori di valutazione che hanno spinto alcuni governi a fare scelte rivelatesi un fallimento sono state tante e nessuno ne ha il monopolio. Errare è umano, si dice, ma questi sbagli hanno causato morti e distruzioni di cose e persone inermi che non avevano preso parte alle decisioni e ne hanno solo sofferto. Forse sarebbe meglio che almeno nelle sedicenti democrazie si stia più attenti a chi andrà a governare. E forse qualcuno dovrebbe dirlo ai burocrati di Bruxelles e ai vari “vertici” dei Paesi dell’Unione Europea.

(*) Già parlamentare, analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

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