di Gianfranco Piazzolla (*)
I professionisti fiscali stanno male, anzi malissimo.
Molti devono ricorrere alle benzodiazepine per lavorare o per dormire.
Altri hanno una qualità della vita sensibilmente peggiorata e perfino crisi con i loro cari proprio dovute a causa di una continua lontananza degli affetti della famiglia.
Lavorano di più quando tutti stanno in ferie, d’estate, e fanno i conti ogni giorno con la gente sempre più impaziente e nervosa pressata e vessata da uno stato e da enti locali assatanati dei loro sudati denari.
Si sopporta il malcostume di pagare per ultimo il professionista fiscale, forse anche per una abitudine proveniente dagli anni d’oro italiani ma non più possibile oggi.
Alcuni in questi ultimi anni hanno fatto anche gesti estremi, come l’ultimo all’agenzia delle entrate di Bicchio, ma anche altri di cui non si è spesa una parola in passato.
Carne da macello senza diritti e solo con doveri assoluti che ignorano addirittura la malattia, le disgrazie e altri vari problemi, una cosa che sarebbe impensabile per i lavoratori dipendenti pubblici tutelati in ogni cosa suddetta.
Non c’è stato mai nessuno, ordini e associazioni comprese, che hanno battuto le mani sopra i tavoli che contano se non per ottenere flebili paliativi di 60 gorni come la norma promulgata in era covid nel 2021 e peraltro riservata ai soli iscritti negli albi dei dottori commercialisti ed esperti contabili, tralasciando fuori tutte e altre figure.
La cosa più scandalosa è che il dicastero dell’economia e delle finanze, pur sapendo quale sia la situazione indotta dall’operato malsano burocratico e legislativo, non ha mai proposto alcuna tutela su quei professionisti ridotti a schiavi burocratici degli uffici per lavori che un tempo facevano gli stessi uffici.
Chi ha vissuto la professione iniziando negli anni 80 e ora si trova in pensione o a ridosso della pensione è perfettamente in grado di spiegare come si sia evoluto nel peggio il tanto decantato stile dei vari governi e delle nuove sfere dirigenziali pubbliche che ad oggi, sembra abbiano preso le redini in mano sia per la genesi delle stesse norme che per le decisioni di azione verso i contribuenti, sostituendo o influenzando, per lo meno da quanto ci appare, l’azione della politica stessa, data la più che manifesta incapacità di essa.
Il perché è da ricercare nella scarsa preparazione delle figure politiche elette e nell’assegnazione dei vari dicasteri a persone evidentemente non all’altezza di ricoprire determinati incarichi politici o commissioni.
In mezzo a tutto ciò naviga la categoria dei professionisti fiscali che un tempo avevano circa 16 scadenze di vario genere all’anno e lavoravano secondo quello che apprendevano prima scolasticamente e poi a livello accademico.
Tanto per far capire quanto sia assurdo il nostro sistema fiscale basta citare il numero delle pagine delle spiegazioni occorrenti per le dichiarazioni reddituali: 396 pagine per il modello 730 che riguarda prevalentemente dipendenti e pensionati, 544 pagine per il modello redditi persone fisiche e persone fisiche con partita iva, 242 pagine per le società di persone e 295 per le società di capitali.
Verso fine anni 70 primi anni 80 le istruzioni erano mediamente di 25 pagine.
Ergo, va bene che il progresso implica cambiamenti ma in questo caso il paese è fuori controllo se andiamo anche a verificare che negli altri stati europei le istruzioni vanno mediamente dalle 20 pagine delle persone fisiche del regno unito alle 120 pagine di altri stati con eccezione della Francia che arriva alle 400 pagine totali raccordando però tutti i generi di contribuenti.
Dunque nel nostro paese un tempo il lavoro da svolgere non era inquinato da regolamenti europei, da stravolgimenti civilistici e fiscali.
Il dettato normativo, sia pure già consistente, consentiva a tutti di svolgere tranquillamente consulenze, lavoro di studio e di godersi la famiglia nei fine settimana praticando anche le ferie estive e natalizie.
Tutto ciò oggi è solo un sogno.
Non esistono più periodi di calma, ci sono praticamente quasi 3 scadenze al giorno visto che esistono 900 scadenze di vario genere e tipo, i codici tributo dei pagamenti si sono decuplicati negli ultimi 20 anni fino a farci bollare oltre confine come un paese fuori controllo e incapace di gestirsi come tanti altri.
I sistemi digitali acquistati da aziende e software house di livello riescono a funzionare, si, ma sono anch’essi legati alle dinamiche e all’inferno del continuo cambiare generato da una azione legislativa spesso scritta e pensata coi piedi.
Per il futuro si spera che la politica apra gli occhi e si accorga delle difficoltà di questi onesti lavoratori che nel silenzio dei loro disagi e nel frastuono delle lamentele dei contribuenti preparano quotidianamente il gettito per far camminare il paese ogni santo giorno del calendario.
(*) Giunta nazionale Confimprese Italia
Presidente Confimprese Viterbo
