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IGRAFFITIDIDANA – È arrivato settembre: i quadretti da 0,5 mm tornano a terrorizzare la popolazione

 

di Loredana Vaccarotti

 

È arrivato settembre. E come ogni anno, l’Italia si risveglia dal torpore estivo con un unico, gigantesco pensiero collettivo: ricomincia la scuola. Non è un evento: è una migrazione di massa, un fenomeno antropologico, un rito nazionale che coinvolge milioni di famiglie, insegnanti, bidelli, cartolerie e soprattutto… genitori in stato di pre‑collasso emotivo.

Quest’anno, secondo i dati nazionali, saranno circa 8 milioni gli studenti italiani che varcheranno la soglia di un’aula. Una popolazione scolastica che potrebbe tranquillamente fondare una città, eleggere un sindaco e creare un proprio sistema di trasporto pubblico. Dentro questa enorme tribù, 1,5 milioni sono i piccolissimi dell’infanzia, quelli che entrano a scuola con lo zainetto più grande di loro e la certezza che la merenda sia la vera materia principale.

Poi ci sono i 3 milioni della primaria, l’esercito dei quaderni, delle matite HB, dei compiti del weekend e delle maestre che parlano come se stessero annunciando un decreto ministeriale.

E infine i 1,8 milioni della scuola media, la fascia più pericolosa: quella in cui gli studenti iniziano a fare domande esistenziali, tipo “Ma a cosa serve la matematica?” e i genitori iniziano a chiedersi perché la matematica esista.

Nel Lazio, dove la campanella suonerà per 669.047 studenti, la situazione è ancora più epica: 68.030 all’infanzia, 201.998 alla primaria, 144.268 alle medie. Un esercito distribuito come un gigantesco condominio scolastico che va da Frosinone a Viterbo, passando per Roma che da sola ospita quasi mezzo milione di alunni.

E mentre loro tornano a scuola con la serenità di chi sa che la ricreazione esiste, i genitori entrano in modalità “missione impossibile”: liste dei materiali, quadretti da 0,5 mm, carta trasparente che si ribella, zaini che non collaborano, maestre che annunciano “serve altro” con la stessa calma di un notaio che legge un testamento.

Settembre non è un mese: è un test di sopravvivenza.

Il Back to School arriva sempre all’improvviso, come quando la prof entra in classe, chiude il registro con un colpo secco e annuncia: “Interrogazione a sorpresa”. E tu hai studiato solo la copertina. E pure male.

I genitori lo percepiscono nell’aria: un brivido, un rumore, un odore di quaderni nuovi che non profuma di carta… profuma di responsabilità. È il momento in cui capiscono che l’estate è finita davvero, non quando chiude il lido, ma quando la maestra manda la lista dei materiali alle 7:03 del mattino. Una lista che non è una lista: è un attentato alla serenità familiare, un documento ostile, un PDF che ti guarda negli occhi e dice: “Vediamo se sei all’altezza.”

E lì scatta il panico organizzato. Le cartolerie diventano zone di guerra, i genitori si muovono come truppe speciali, i quadretti da 0,5 mm tornano a terrorizzare la popolazione, gli astucci si ribellano, la carta trasparente dichiara sciopero, e la maestra… la maestra osserva tutto dall’alto, come un boss finale di un videogioco scolastico.

La madre entra al supermercato con la faccia di chi ha appena scoperto che il figlio deve portare “quadretti da 0,5 mm”.  Zero virgola cinque. Che già detta così sembra una misura di laboratorio chimico, non un quaderno. Lei lo cerca ovunque, sfoglia, confronta, sospira, e ogni volta che ne prende uno dice: “No, questo non è zero virgola cinque, questo è zero virgola cinque finto”. Come se i quadretti avessero una personalità, un’identità, un curriculum.

Il padre la segue con l’energia di uno studente che ha capito che oggi lo interroga la prof di matematica. Guarda le matite come se fossero strumenti di tortura. HB, 2B, 3H… Lui annuisce, ma dentro sta urlando: “Perché non possono essere tutte uguali? Perché?”. Ma non lo dice. Perché sa che se lo dice, la moglie lo guarderebbe come si guarda uno che ha appena chiesto “Prof, ma il compito è scritto o orale?”.

La copertura dei libri arriva sempre nel momento sbagliato, tipo quando pensi di aver finito tutto e invece no: c’è lei, la carta trasparente, che appena esce dalla confezione decide di non collaborare. Non si attacca al libro, si attacca a te. Alle mani, ai gomiti, al tavolo, a qualsiasi superficie non richiesta. È come se avesse un contratto sindacale: “Oggi sciopero”.

La madre prova a tirarla, a spianarla, a convincerla con la forza del pensiero, ma la carta risponde con un silenzioso, ostinato “No”. E proprio quando sembra che la situazione possa migliorare, arriva il gatto. Passa, guarda, valuta, e si sdraia sul libro con la stessa autorevolezza di una maestra che ti dice: “Qui non va bene”. E non si muove. Perché a settembre, inspiegabilmente, il gatto è sempre dalla parte della scuola.

Il padre affronta l’astuccio ergonomico. Un oggetto che sembra progettato da un ingegnere che odia i genitori. Tre cerniere, quattro tasche, un comparto segreto che nessuno ha mai trovato. Lui lo apre e l’astuccio si richiude. Lo riapre e l’astuccio si richiude di nuovo. È evidente che l’astuccio ha una sua idea di disciplina.

La sera prima della scuola è il vero delirio. La casa diventa un’aula magna sotto ispezione: etichette ovunque, penne che spariscono, gomme che si moltiplicano, zaini che si gonfiano come se avessero un’opinione. La madre etichetta tutto: libri, matite, righelli, figlio, gatto, marito. Il padre tenta di chiudere lo zaino, ma lo zaino oppone resistenza. Alla fine si chiude solo perché si arrende.

E i genitori, sfiniti, sudati, con la stessa espressione di due docenti dopo un consiglio di classe di cinque ore, si guardano. Hanno finito? Sì. Hanno vinto? No. Perché lo sanno: tra una settimana la maestra dirà la frase che li distrugge psicologicamente.

“Serve altro.”

“A scuola ogni giorno è una piccola prova, ma sono proprio quelle che fanno crescere i cuori più forti.”

Cit.

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