Primo piano

Il calcio italiano può rinascere da un campo di periferia

di Riccardo Bizzarri (*) 

 

Ci sono notizie che occupano le prime pagine. Milioni di euro, procuratori. Plusvalenze, diritti televisivi, fondi d’investimento, finte acquisizioni, algoritmi. Sponsor, commissioni, contratti e chi più ne ha più ne metta.

E poi ci sono notizie che magari non finiranno sui grandi giornali sportivi, ma riescono a commuovere un quartiere. Mirko Antenucci, capitano e simbolo della SPAL, bomber di razza che ha militato per un ventennio tra serie A e B sceglie la X Martiri ASD e diventa Direttore dell’Area Tecnica e Supervisor del Settore Giovanile.

Porotto. Periferia di Ferrara. Un campo di calcio. Dei bambini. Una società dilettantistica. Potrebbe sembrare una piccola storia di provincia invece è una storia che racconta esattamente da dove dovrebbe ricominciare il calcio italiano.

Sono passati oltre dieci anni dall’ultima volta in cui abbiamo visto l’Italia giocare una partita ai Mondiali. Era il 2014. Da allora abbiamo imparato una cosa che pensavamo impossibile: guardare un Mondiale senza l’Italia. È successo nel 2018 è successo nel 2022 e ancora nel 2026. Per una nazione quattro volte campione del mondo non dovrebbe essere soltanto una statistica sportiva. Dovrebbe essere una domanda.

Che cosa è successo al calcio italiano? Forse abbiamo cercato le risposte nei posti sbagliati. Abbiamo cambiato commissari tecnici, presidenti, dirigenti, moduli, convocazioni in modo a dir poco imbarazzante, abbiamo discusso del 4-3-3 e del 3-5-2 ma forse avremmo dovuto guardare molto più in basso.

Nei campi dove giocano i bambini perché una Nazionale non nasce a Coverciano una Nazionale nasce vent’anni prima. Nasce quando un bambino di sette anni entra per la prima volta in uno spogliatoio. Abbiamo dimenticato che un bambino che gioca a calcio è, prima di tutto, un bambino. Oggi troppo spesso a nove anni esistono già osservatori, selezioni, provini, procuratori, academy, classifiche, pressioni, genitori che discutono, allenatori che devono vincere, società che devono valorizzare ragazzi che devono dimostrare tutto e subito.

Come se ogni bambino dovesse diventare un investimento, come se ogni ragazzino dovesse essere il prossimo campione, come se perdere una partita a dodici anni fosse un fallimento. Abbiamo preso il gioco più semplice del mondo, un pallone, due porte e qualche amico e siamo riusciti a complicarlo.

E nel farlo abbiamo dimenticato una parola. Educazione.

Una società sportiva dovrebbe insegnare prima di tutto a salutare quando si entra nello spogliatoio a rispettare l’avversario, a stringergli la mano quando si perde, a raccogliere una bottiglietta lasciata per terra, ad arrivare puntuali, ad ascoltare l’allenatore, a chiedere scusa, ad aiutare il compagno meno bravo, a capire che qualche volta si parte dalla panchina.

E soprattutto dovrebbe insegnare una delle lezioni più importanti della vita: non sempre si vince.

Forse abbiamo costruito giocatori tecnicamente migliori ma non sono sicuro che abbiamo costruito uomini migliori.

POI ARRIVA UNA STORIA DA POROTTO

Ed è per questo che la scelta di Mirko Antenucci ha qualcosa di profondamente bello.

Un calciatore che ha conosciuto il professionismo vero, gli stadi pieni, la Serie A, la Serie B, le pressioni e gli applausi, decide di mettere quello che ha imparato a disposizione dei giovani, non dall’alto di una tribuna ma tornando vicino all’erba.

Vicino agli allenatori, vicino ai ragazzi, vicino a quei campi dai quali, molti anni fa, è partito anche lui. Antenucci sceglie la X Martiri e la X Martiri sceglie Antenucci non per comprare un nome da mettere sopra una locandina lo sceglie per affidargli qualcosa di molto più prezioso di una prima squadra. I bambini ed è questo particolare che dovrebbe far riflettere tutto il calcio italiano.

Perché quando un grande ex calciatore decide che il proprio patrimonio di esperienza deve essere consegnato ai più piccoli, accade qualcosa di importante. Si chiude un cerchio.

Una generazione restituisce qualcosa a quella successiva.

UN’AMICIZIA CHE DIVENTA PROGETTO

Dietro questa storia c’è anche l’amicizia tra Mirko Antenucci ed Ennio Bizzarri, anima e autentico deus ex machina della crescita della X Martiri e anche questo particolare appartiene a un calcio che rischiavamo di dimenticare, quello nel quale prima dei contratti esistevano le strette di mano, prima delle strategie esisteva la fiducia, prima degli algoritmi esisteva la capacità di guardare una persona negli occhi e immaginare insieme qualcosa.

Da un’amicizia nasce così un progetto e quel progetto riguarda centinaia di ragazzi.

Non sappiamo quanti di loro diventeranno calciatori professionisti, probabilmente pochissimi ma non importa.

Perché tutti diventeranno adulti ed è questa la vera responsabilità di una società sportiva.

FORSE IL CALCIO ITALIANO È MALATO PERCHÉ HA INVERTITO LE PRIORITÀ MA E ANCHE VERO CHE I CAMPIONI NASCONO DOVE NESSUNO GUARDA

La storia del calcio italiano è piena di periferie, di campetti spelacchiati, di oratori, di allenatori sconosciuti, di dirigenti che lavavano le maglie, di genitori che caricavano cinque bambini in macchina per portarli alla partita, di custodi che accendevano le luci quando faceva buio.

Il nostro calcio è diventato grande così non attraverso i business plan ma attraverso le persone. Prima di essere campioni, Rivera, Baggio, Totti, Del Piero e Paolo Rossi sono stati bambini con un pallone tra i piedi.

C’è un’immagine che mi piace pensare. Un bambino esce dallo spogliatoio, le scarpe sono sporche la maglia è troppo grande il pallone è consumato fuori dalla rete suo padre o sua madre lo aspettano. Ha perso. Magari ha giocato cinque minuti. Magari non ha giocato affatto. Ma sorride e chiede: «Quando ci alleniamo ancora?»

Ecco finché esisterà un bambino capace di fare quella domanda, il calcio italiano non sarà morto avrà ancora una possibilità. Ed è certo che la rinascita non comincerà da San Siro ma da un campetto di provincia probabilmente da quello di Porotto

Mirko Antenucci alla X Martiri, allora, non è soltanto un grande colpo sportivo è un’immagine è un messaggio forse perfino una piccola speranza.

Perché mentre il grande calcio discute di milioni, una società di provincia ha deciso di investire sulle persone mentre tutti cercano il prossimo fenomeno, qualcuno ha deciso di occuparsi dei bambini mentre il calcio italiano continua a domandarsi come tornare grande, da un piccolo campo del ferrarese arriva una risposta semplicissima: ricominciamo dai bambini. Aspettava soltanto che qualcuno tornasse a crederci.

Benvenuto Mirko e grazie alla X Martiri per averci ricordato una cosa che il calcio italiano sembra avere dimenticato: prima di costruire calciatori bisogna costruire uomini.

E se un giorno torneremo davvero ai Mondiali, forse la rinascita non sarà cominciata quella sera sotto le luci di un grande stadio forse sarà cominciata molti anni prima in un campo di provincia a Porotto quando qualcuno ebbe il coraggio di rimettere i bambini al centro del calcio.

(*) Giornalista

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