di Viola Scipioni
Il diritto di voto non è un rituale vuoto né una concessione dall’alto, ma l’essenza stessa della democrazia. È da questa consapevolezza che nasce la mobilitazione organizzata dalla CGIL e dai partiti di opposizione in vista del referendum dell’8 e 9 giugno. Una «maratona contro l’astensionismo» — così l’ha definita il sindacato — che si terrà il 19 maggio a Roma, in piazza Vittorio, con lo slogan: «Il voto è libertà». L’iniziativa è stata promossa dalla CGIL, firmataria dei cinque quesiti referendari, e vedrà la presenza del segretario Maurizio Landini e dei leader delle principali forze di opposizione: Elly Schlein (Pd), Giuseppe Conte (M5S), Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs). Anche Riccardo Magi di +Europa ha confermato la sua partecipazione.
Con una rara nota congiunta, Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni hanno risposto all’appello della CGIL e annunciato la loro adesione: «Ci saremo», scrivono, sottolineando la necessità di contrastare la crescente disaffezione verso la partecipazione democratica. Nel mirino della loro denuncia c’è «la maggioranza che intossica il dibattito pubblico» e che — con toni giudicati sprezzanti — «esorta al disinteresse verso le questioni pubbliche», un atteggiamento che «mina la salute della nostra democrazia».
Non è una critica astratta. Le parole di Ignazio La Russa, Antonio Tajani, Matteo Salvini — che ha dichiarato che resterà a casa con i figli — e Francesco Lollobrigida, secondo cui «i quesiti sembrano un congresso del Pd più che un referendum», sono il riflesso di una strategia politica che punta a svuotare il significato stesso del voto referendario. «Io non voterò», ha annunciato il ministro di FdI. Ed è proprio questa dichiarazione che ha spinto l’opposizione a reagire con forza. «Lavorare affinché i cittadini rinuncino a questa opportunità è irresponsabile, pericoloso, un atto di sabotaggio antidemocratico», affermano Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni.
I quesiti referendari riguardano temi cruciali: dal lavoro alla giustizia, fino all’acquisizione della cittadinanza. Conte ha fatto sapere che voterà sì a tutti e cinque i quesiti, pur ammettendo che «il Paese non è pronto per il dimezzamento dei tempi per chiedere la cittadinanza» e ribadendo che per il M5S la soluzione ideale resta lo Ius scholae. Tuttavia, ha sottolineato che il Movimento lascia libertà di scelta ai propri iscritti. Più articolata la posizione del Partito democratico, attraversato da tensioni interne: mentre la segretaria Schlein sostiene con chiarezza la partecipazione, l’area riformista mostra prudenza soprattutto sui quesiti che riguardano il Jobs Act.
Resta da capire come mai, però, si è scelto di integrare nei quesiti anche il voto sulla cittadinanza. La domanda che sorge a molti è: perché a votare devono essere i comuni cittadini su decisioni che dovrebbero essere istituzionali?
Nonostante ciò, FdI e Lega non hanno perso occasione per sottolineare le divisioni delle opposizioni. «Il Pd è compatto per il “nì”, è un conflitto interno», ha attaccato ironicamente la maggioranza, aggiungendo: «legittimo per noi stare a guardare. Da loro niente lezioni».
La linea del “non voto” è stata così rivendicata con orgoglio da esponenti di governo come se fosse una scelta neutrale. Ma non lo è. Invitare a non votare è un atto politico che colpisce al cuore il principio di sovranità popolare. Delegittima lo strumento referendario, che rappresenta una delle poche forme di democrazia diretta rimaste a disposizione dei cittadini. È una retorica tossica, che alimenta sfiducia e apatia, contribuendo a quel processo di desertificazione democratica di cui si nutre l’autoritarismo.
Intanto, sul fronte dell’informazione, le opposizioni hanno accusato la Rai di aver oscurato l’appuntamento referendario. Accuse che l’azienda ha respinto, assicurando che è sempre stata garantita «la copertura informativa». Ma l’Agcom ha comunque ritenuto opportuno intervenire, richiamando «tutte le emittenti» affinché assicurino «un’informazione corretta, imparziale e completa».
Il messaggio che arriva dalla piazza, però, è chiaro: non si può restare a guardare. Non si può accettare che un pezzo di classe dirigente inviti al disimpegno, coltivando l’astensione come strumento politico. Il referendum è uno strumento civico, e negarne la legittimità equivale a recidere il filo che tiene insieme cittadinanza e partecipazione. Per questo, la battaglia della CGIL e delle opposizioni non riguarda solo i singoli quesiti, ma l’idea stessa di democrazia come esercizio attivo, come scelta, come voce. Rinunciare al voto, in questo contesto, non è un gesto neutro. È il sintomo di un sistema che sta perdendo sé stesso.
