Economia e Lavoro

  Il Paese che fa guerra alle imprese

di Gianfranco Piazzolla (*)

 

C’era un tempo dove una Italia sovrana e indipendente navigava con la sua forza economica e sociale sia pure tra le sue luci e ombre che hanno caratterizzato un lungo periodo che intercorre dal dopo guerra ai primi anni 90.

Una prima repubblica che aveva priorità assai diverse rispetto al compulsivo e ossessivo comportamento di minaccia e contrasto alla libera iniziativa economica via via maturato da metà anni 90 in poi raggiungendo il peggio del peggio proprio nel 2025.

Le priorità dei vari e  anche brevi governi che si susseguivano erano mirate alla ricerca della stabilizzazione di un sistema economico che garantisse la prosperità del lavoro inteso a 360 gradi e quindi anche quello imprenditoriale e professionale e non a caso tra il 1985  e il 1989 eravamo la quarta potenza economica mondiale.

Il fisco dal canto suo ha avuto una sua strada più definita già nei primi anni 70 con l’avvento del testo unico Iva per poi passare quattordici anni dopo al testo unico delle imposte dirette.

E proprio poco prima della metà degli anni 80 il ministro Prof Visentin fece esordire i coefficienti presuntivi di reddito che aprirono la strada, non senza problemi, ad una lunga costruzione di controllo e contrasto all’evasione che via via è divenuta una battaglia senza limiti alle partite iva in genere, colpevoli di essere già bollate come attività colpevoli di tutti i mali del paese in quanto evasori a prescindere.

Con i vari ricavometri, studi di settore, isa ecc. si è definito poi  un percorso a dir poco folle basato spesso sulla statistica e sul potere digitale del controllo assoluto non solo delle aziende ma anche di strumenti quotidiani dei cittadini, come le proprie spese, i conti correnti, le proprietà ecc.

Cose che, in genere, nei paesi industrializzati occidentali, non sarebbero consentite se non per gravissimi motivi di criminalità e terrorismo.

Ecco quindi che in Italia si equiparano le misure di controllo a  imprese e cittadini come a quelle dei terroristi in altri paesi; anzi…..risulta più facile accedere ad un conto corrente di un cittadino per anche una sopravvenuta voglia di controllo di un ufficio che autorizzare una perquisizione a spacciatori o mafiosi.

Tutto questo per dire che oggi le partite iva e la libera iniziativa sono  sempre più soffocate da una caccia senza limiti accettata e rilanciata da sinistre, destre, movimenti e governi tecnici che nel nuovo millennio hanno messo a terra il principio sacrosanto e costituzionale della libera iniziativa economica ma contrariamente ai dettami dell’art 41 della costituzione è proprio il modo di regolare le norme  che mina la libertà di azione e la dignità di chi cerca di intraprendere una professione o una attività imprenditoriale.

Nell’ultimo anno le statistiche ( fonte unioncamere)  ci dicono che stanno chiudendo 169 imprese  al giorno contro le 120 che chiudevano nel periodo pandemico, anno tragico per eccellenza.

La burocrazia nel 2024 ha pesato per 80 miliardi di euro e il peggioramento dei sistemi digitali e dello scoordinamento della qualità dei servizi digitali della PA ha aumentato del 5 per cento rispetto al 2023 il disagio delle imprese e dei cittadini che mostrano una sempre più evidente avversione verso un sistema che sta disgregando anche la volontà del fare impresa dei cittadini potenzialmente abili e capaci nel mettere in piedi un sistema aziendale.

E proprio durante tutto ciò si mettono a punto strumenti di ricatto fiscale come il  CPB invocato come panacea per abbassare le aliquote e si rastrellano conti correnti con uffici che talvolta non recapitano neanche gli avvisi di fermo o di sequestro che il contribuente subisce.

E per finire l’agenzia delle entrate assume 2700 funzionari tributari da mandare a combattere le pericolose imprese italiane colpevoli di cercare di sviluppare profitto dal proprio merito.

 

(*) Presidente Confimprese Viterbo membro giunta nazionale Confimprese Italia

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