Esteri

  Il Patto di La Mecca e il grande risiko dell’Asia Occidentale

Da oltre un secolo, la regione che continua ad essere chiamata Medio Oriente, un retaggio orientalista imposto dal Colonial Office britannico, rappresenta una sfida geopolitica e geoeconomica per tutte le grandi e medie potenze che si sono impegnate e continuano…

 

di Marco Carnelos (*) già Ambasciatore d’Italia in Iraq

 

Da oltre un secolo, la regione che continua ad essere chiamata Medio Oriente, un retaggio orientalista imposto dal Colonial Office britannico, rappresenta una sfida geopolitica e geoeconomica per tutte le grandi e medie potenze che si sono impegnate e continuano pervicacemente ad impegnarsi nell’area.

 

Rimuovendo i condizionamenti semantici del Regno di Sua Maestà, è opportuno chiamarla con il suo nome geografico, ovvero Asia Occidentale.

 

A cavallo tra il XX ed il XXI secolo la regione ha vissuto il tentativo di imposizione di una definitiva Pax Americana i cui punti salienti sono stati la Prima e la Seconda Guerra del Golfo 1991 e 2003, la lotta globale al Terrorismo a partire dal 2001 con la connessa invasione dell’Afghanistan, nonché maldestri, parziali e falliti tentativi di mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Unico raggio di luce l’accordo nucleare con l’Iran del 2015 (JCPOA) che poi Washington si è rapidamente rimangiato.

 

A partire dal 7 ottobre 2023, con il tragico e truculento assist offerto da Hamas, il tentativo si è trasformato nell’accelerazione verso un’imposizione coercitiva di una Pax Israelo-Americana, di cui l’attacco all’Iran il 28 febbraio scorso potrebbe costituire il canto del cigno.

 

Il risultato della Pax Israelo-Americana in Asia occidentale è stato a dir poco catastrofico.

 

Coloro – e sono ancora in tanti purtroppo – che ritengono errata tale conclusione, e credono invece che gli Accordi di Abramo del 2020 e il Piano Trump ed il Board of Peace of Gaza abbiano riaperto le prospettive di pace nella regione, possono tranquillamente interrompere la lettura di questo articolo.

 

Nessuna delle argomentazioni e dei dati a sostegno che verranno offerti qui di seguito li smuoverà dal loro giudizio distopico. Al massimo, qualcuno di loro, con un cinismo ed un’ipocrisia che se fossero monetizzabili coprirebbero lo stratosferico debito USA di 40.000 miliardi $, potrebbe limitarsi a liquidare il tutto come danni collaterali o come il duro prezzo da pagare per la difesa della Democrazia.

 

Iraq, Siria, Yemen, Palestina, e, da ultimo Iran, sono usciti devastati dalle cosiddette “guerre senza fine” nella regione. La credibilità politica e militare USA demolita, insieme alla sua vasta rete di basi militari nell’area. Il capitale di simpatia riscosso da Israele all’indomani del 7 ottobre 2023 è completamente evaporato dopo le stragi a Gaza e in Libano e la violenta annessione strisciante della Cisgiordania; con l’aggravante di giudizi pendenti sul paese e i suoi leaders dinanzi ai principali organismi giurisdizionali internazionali.

 

Tralasciando quelli sociali e ambientali, i soli costi umani ed economici di questa Pax sono stati a dir poco spaventosi.

 

La prestigiosa Brown University ha da 16 anni istituito un Cost of War Project che ha valutato minuziosamente i costi delle sole “guerre americane senza fine” nella regione. Nel solo arco di tempo tra il 2001 ed il 2023 i dati offerti indicano 940.000 morti di cui 432.000 civili. Le stime delle morti indirette tra i civili oscillano tra i 3,6 e i 3,8 milioni.

 

I costi economici sopportati dal solo bilancio federale degli Stati indicano 8000 miliardi di $ con una stima di ulteriori 2.200 miliardi di $ nei i prossimi 30 anni per pensioni e servizi sanitari a beneficio dei veterani dei diversi conflitti.

 

Per quanto concerne l’attuale dibattito italico ed europeo sui migranti e sulle cause profonde del fenomeno, le stime sui profughi e gli sfollati raggiungono livelli biblici, oscillanti tra i 37 e i 57 milioni.

 

Nell’UE, completamente assorbita dal conflitto in Ucraina, la catastrofe dell’Asia occidentale e le relative conseguenze continuano a provocare un malcelato fastidio a livello politico e ad essere, incredibilmente, gestite e giudicate ricorrendo a narrazioni israelo-americane.

 

Un’accelerazione dettata dall’instabilità

Fortunatamente, qualche paese della regione sembra voler iniziare ad esplorare ed intraprendere nuovi percorsi geopolitici.

 

Il 7 agosto scorso, nella città santa della Mecca, i leader di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno posto la firma su un documento potenzialmente destinato a ridisegnare gli equilibri di potere in Asia Occidentale e oltre. Questi potrebbero aver finalmente preso atto di una situazione caratterizzata ormai da insostenibile instabilità nonché del palese rischio determinato dal continuare a riporre speranze sulla Pax Israelo-Americana.

 

Il cosiddetto Accordo di Mutua Sicurezza della Mecca (o Makkah Joint Defence Agreement) impegna le tre potenze a considerare un attacco armato contro una di esse come un attacco contro tutte. Un meccanismo di difesa collettiva che richiama l’articolo 5 della NATO e che, in un’area così sconvolta da guerre e tensioni, potrebbe rivelarsi, nel tempo, un terremoto geopolitico.

 

La nascita di questa alleanza è anche la diretta conseguenza di un vuoto di sicurezza percepito come sempre più pericoloso. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, imposto da Washington e Gerusalemme lo scorso febbraio, ha avuto gravi ripercussioni che si vanno a sommare a quelle precedentemente illustrate.

 

Come ritorsione, Teheran e i suoi alleati hanno colpito obiettivi in Arabia Saudita e in altri Stati del Golfo che ospitavano basi americane, interrompendo successivamente il traffico navale nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, determinando la più grande crisi energetica mai censita dall’International Energy Agency. Gli attacchi degli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, contro le infrastrutture petrolifere saudite avevano del resto dimostrato la vulnerabilità del Regno fin dal 2019. Dinanzi ad un simile caos, la risposta degli Stati Uniti è apparsa esitante ed erratica, minandone la credibilità come garante della sicurezza regionale ed evidenziando la cieca tracotanza del suo principale braccio armato, Israele, che è giunto ad attaccare addirittura il Qatar.

Valutando il tutto in una prospettiva storica di lungo periodo, si potrebbe azzardare sostenendo che quello che non è stato conseguito da secoli di storia, Stati Uniti ed Israele sono riusciti a realizzarlo nel giro di qualche anno: un’embrionale saldatura politica e di sicurezza tra gli eredi di tre tra i principali imperi nati nella regione: quello Arabo, quello Ottomano, e quello Mogul. Chapeau!

 

Se poi, come si vocifera, gli eredi di quello più antico, quello Persiano, dovessero aderire all’intesa della Mecca il capolavoro sarebbe perfetto; degno di essere celebrato con la creazione di un Premio Nobel ad hoc per la stupidità strategica.

 

L’Accordo tripartito, che si basa su un precedente patto bilaterale del 2025 tra Pakistan e Arabia Saudita, è quindi una risposta a questo disagio dalle molteplici sfaccettature che sembra premiare anzitutto la storia e la geografia rispetto alle affiliazioni politiche degli ultimi decenni.

 

Le tre nazioni portano in dote risorse complementari: la potenza economica, finanziaria e petrolifera dell’Arabia Saudita, la formidabile industria militare e la seconda forza armata della NATO, quella della Turchia, e l’arsenale nucleare e l’esperienza bellica del Pakistan. Insieme, formano un blocco dal peso strategico e demografico innegabile. Resta certamente da vedere se questo ultimo riuscirà a trasformarsi effettivamente in una risolutiva influenza geopolitica.

 

Un messaggio all’asse USA-Israele

Per quanto molti si affrettino ad intravedervi un cordone sanitario verso l’Iran, il patto rappresenta un duro colpo per le ambizioni di Washington e del suo alleato israeliano. Per anni, gli Stati Uniti hanno fatto della sicurezza del Golfo un pilastro della loro politica nell’area, e Israele ha cercato di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita, sulla scia degli Accordi di Abramo, peraltro abbastanza gracili in termini di adesioni arabe. L’Accordo della Mecca, siglato da tre Paesi fortemente critici verso la politica di Netanyahu, nonché chiaramente schierati a sostegno della causa palestinese, potrebbe rendere questo obiettivo sempre più difficile da conseguire.

 

L’intesa tripartita è inoltre un campanello d’allarme per la Casa Bianca. Non si tratta tuttavia di una rottura totale con Washington, perlomeno non ancora. La Turchia rimane un membro della NATO e sia l’Arabia Saudita che il Pakistan mantengono i legami militari con gli USA; emerge tuttavia una chiara volontà di costruire un’architettura di sicurezza multilivello, che non dipenda esclusivamente dall’ombrello protettivo (israelo) americano. Parafrasando quella politica tanto sbandierata ma non praticata dall’UE, la si potrebbe definire come Autonomia Strategica Sunnita.

 

Sembra farsi strada l’idea che la sicurezza non possa più essere semplicemente “importata” dall’esterno, con costi che peraltro sembrano dei veri e propri taglieggiamenti. Quanto concordato alla Mecca si profila come un’assicurazione strategica contro l’imprevedibilità di una politica estera americana che sembra aver completamente perso la bussola, e contro quella israeliana che appare in preda ad un egemonismo messianico e violento incontrollato, che, guarda caso, inizia ora a mettere la Turchia nel proprio mirino.

 

Iran: accerchiato o invitato al tavolo?

Per l’Iran, l’Accordo della Mecca potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Da un lato, rappresenta un potenziale accerchiamento. Dopo aver lanciato missili e droni sui paesi vicini, Teheran si ritrova di fatto circondata da tre potenze sunnite formalmente alleate nella difesa reciproca.

 

Dall’altro lato, l’intesa non identifica la teocrazia persiana come nemico (la Turchia lo ha esplicitamente negato); come accennato, le voci secondo cui Teheran sarebbe stata invitata ad aderirvi continuano a circolare. Sebbene Teheran abbia smentito di aver ricevuto un invito ufficiale, l’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, perlomeno dalla parte meno arroccata dell’articolato establishment religioso, politico e militare iraniano.

 

Questa ambiguità è fondamentale. Il patto potrebbe quindi sorprendentemente trasformarsi in un meccanismo per integrare Teheran in un nuovo ordine regionale.

 

Un’eventuale adesione che potrebbe essere propiziata dalla mediazione cinese (da non dimenticare la facilitazione a suo tempo offerta da Pechino nel dialogo tra Teheran e Riad). Questa cambierebbe radicalmente la natura dell’intesa, facendola evolvere da uno strumento di mutua difesa ad una piattaforma per la sicurezza collettiva della regione.

In ogni caso, il messaggio a Teheran è chiaro: il costo di un’aggressione contro uno dei tre firmatari è ora potenzialmente molto più alto, mentre le opzioni diplomatiche per un dialogo ed un’architettura di sicurezza regionale (peraltro un vecchio pallino iraniano!) sono potenzialmente sul tavolo.

 

La Cina come grande beneficiaria?

A osservare la scena da Pechino, l’Accordo della Mecca non può che essere visto come uno sviluppo positivo. Senza dover compiere alcuna mossa militare o diplomatica diretta, la Cina si trova a raccogliere i potenziali frutti di un assetto regionale che si allineerebbe perfettamente con i suoi interessi strategici di lungo periodo.

 

In primo luogo, il patto rappresenta una diversificazione del quadro politico della regione (peraltro strategicaper l’approvvigionamento energetico cinese) riducendo il ruolo centrale degli Stati Uniti. La Cina, insieme a Russia e Iran, sostiene da tempo un ordine securitario regionale più indipendente dall’influenza americana. Un’Asia Occidentale che gestisse in modo più autonomo la propria difesa diventerebbe più aperta all’influenza economica e diplomatica cinese, senza che Pechino debba necessariamente assumersi oneri di garante o di sicurezza.

 

In secondo luogo, Pechino gioca la carta del Pakistan, suo storico partner nella regione. Il rafforzamento del ruolo di Islamabad attraverso l’alleanza con Riyadh e Ankara offre a Pechino un canale privilegiato per amplificare la propria influenza e rafforzare la Belt and Road Initiative a potenziale detrimento dell’India-Middle East Corridor (IMEC) tardivamente patrocinato dagli USA a partire dal 2023.

In terzo luogo, si determina una potenziale contrapposizione a quell’embrionale intesa politica emersa negli ultimi anni che ha visto una crescente convergenza USA-Israele con Emirati Arabi Uniti e India. Il cosiddetto I2U2 o Alleanza Indo-Abramitica.

 

Infine, l’intesa difensiva potrebbe aprire nuove opportunità per l’industria bellica cinese. Anche la guerra in Iran, al pari di quella ucraina, ha evidenziato l’importanza dei droni e dei sistemi antiaerei, settori in cui la Cina è estremamente competitiva, offrendo tecnologie a prezzi accessibili e partnerships per la produzione locale. Si prospetterebbero quindi: un possibile grande mercato per Pechino e apprensioni per il complesso militare-industriale israelo-americano.

 

Ma l’Accordo di Mutua Sicurezza della Mecca è molto più di un patto difensivo; è anche il sintomo di un mondo che cambia, che si affranca dai soliti noti, dove le fedeltà tradizionali vengono messe in discussione e nuovi meccanismi di concertazione regionali cercano di affermare la propria autonomia.

 

Se un nuovo ordine distinto dalla Pax Israelo-Americana (che poi non è così pacifica) dovesse effettivamente emergere in Asia Occidentale come risultato di quanto concordato alla Mecca il 7 agosto scorso, i relativi risvolti geopolitici potrebbero essere duraturi, ed andare ben oltre i confini della regione.

(*) già Ambasciatore d’Italia in Iraq

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