Primo piano

In memoria del passato, nel nome del presente a difesa del futuro

di Riccardo Bizzarri (*)

 

Ci sono momenti in cui la Storia non bussa alla porta, ma la sfonda. E accade che il rumore delle valigie trascinate in silenzio in un aeroporto europeo, in pieno XXI secolo, faccia eco ai passi affrettati di altri esodi, di altri silenzi, di altri treni.

L’episodio avvenuto in Spagna, dove un gruppo di ragazzi ebrei è stato fatto scendere da un volo, ufficialmente per “motivi operativi”, dopo che era stato loro chiesto di togliere la kippah, nascondere lo tzitzit e riporre i tefillin, è un fatto increscioso. Ma sarebbe colpevole superficialità ridurlo a un semplice problema logistico.

Perché la memoria non è un dettaglio. E le immagini di giovani che si vedono negare il diritto alla propria identità religiosa, a poche ore da altri episodi di violenza contro adolescenti israeliani in Grecia, risvegliano paure sopite e verità taciute: l’antisemitismo, oggi, è vivo. E sta rialzando la testa.

“Prima ci hanno chiesto di nasconderci. Poi ci hanno detto che non eravamo graditi. La Storia conosce fin troppo bene questo copione.”

Il comunicato della compagnia aerea, che respinge “categoricamente ogni forma di discriminazione”, suona come tante dichiarazioni formali del passato. Educate, asciutte, ma svuotate di umanità. E mentre una parte dei ragazzi tornava in Francia con un altro volo, altri venivano sistemati in strutture d’emergenza, l’Europa sembrava dimenticare, ancora una volta, che il rispetto non si misura a parole, ma nei gesti.

Oggi ti chiedono di nascondere la kippah. Domani, di non essere ciò che sei.

La Federazione delle Comunità Ebraiche ha chiesto prove e chiarimenti, ma la domanda vera è più profonda: che clima stiamo tollerando? L’aggressione a Rodi, il blocco della nave israeliana a Siro, la profanazione dei cimiteri ebraici in Grecia — tutto questo non è casuale. È sistemico. È pericolosamente normale.

E chi oggi ha il coraggio di citare l’Olocausto viene accusato di esagerare. Ma il razzismo, lo abbiamo imparato, non inizia con i forni. Inizia con le umiliazioni. Inizia con il dire “è solo una misura precauzionale”. Inizia con i simboli che “danno fastidio”. Con le preghiere che “possono turbare”. Con le identità da “nascondere nella valigia della stiva”.

E allora sì, serve ricordarlo. Serve gridarlo. Serve riscriverlo con le lacrime, affinché nessuno possa più dire “non lo sapevamo”.

Perché l’Europa che ha giurato “mai più”, oggi rischia di guardare altrove mentre tutto accade di nuovo. E in questa coltre di ipocrisia, la differenza tra critica politica e odio etnico-religioso si fa sottile. E infida. E velenosa.

Molti giovani israeliani, nonostante tutto, scelgono ancora di viaggiare. Non per leggerezza, ma per speranza. Per un desiderio disperato di normalità, dopo anni di conflitto e paura. Scelgono di credere in un mondo che sappia accogliere, capire, rispettare.

Eppure, quando una kippah fa paura e un canto in ebraico fa arrestare un’educatrice, non è più solo una questione di sicurezza. È una ferita al cuore della democrazia.

C’è un filo sottile che unisce le stanze buie dei ghetti di ieri agli aeroporti illuminati di oggi. Quel filo è fatto di indifferenza. È la rassegnazione di chi assiste e non parla. Di chi minimizza. Di chi pensa che non riguardi tutti.

Ma riguarda tutti. Perché oggi sono loro. E domani?

Non ci si deve mai più togliere la kippah per essere accettati. Non si deve mai più abbassare la testa per paura. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri figli. È questa la lezione, amarissima, che dobbiamo imparare. Prima che sia troppo tardi. Di nuovo.

(*) Giornalista

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