di Balthazar
I leader europei ormai temono che lo scontro tra Donald Trump e l’Iran sta per trasformarsi da shock economico in crisi politica per il blocco europeo già fragile.
Con i prezzi dell’energia in aumento e la crescita in rallentamento, i governi europei si preparano a una crisi che non hanno il potere di fermare, e che potrebbe sul panorama politico del blocco europeo.
I partiti al governo europeisti temono una reazione populista impopolari che in Francia, potrebbe spingere il Rassemblement National alla vittoria il prossimo anno, portando l’estrema destra all’Eliseo e generando ripercussioni in tutto il mondo.
L’aumento dei costi energetici si ripercuote a cascata su cibo, trasporti e alloggi, colpendo soprattutto le famiglie a basso e medio reddito terreno fertile per la sfiducia, non solo nei confronti dei governi nazionali, ma anche della capacità delle istituzioni europee di proteggere i cittadini dagli shock esterni.
In Bulgaria, la vittoria del 20 aprile dell’ex presidente Rumen Radev, vicino al Cremlino, ha messo in allarme i governi in carica in tutta Europa. In Romania, una crisi di coalizione potrebbe presto estromettere dal potere il primo ministro filo-europeo Ilie Bolojan. In Germania, il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) punta ad avanzare nelle elezioni regionali della Sassonia a settembre, dopo essersi diffuso in alcune zone della Germania occidentale, lontane dalla sua tradizionale roccaforte orientale.
Quando la scorsa settimana i leader europei si sono riuniti a Cipro è emerso con chiarezza che il blocco dello Stretto di Hormuz presenta rischi ancora difficilmente calcolabili, ma che sicuramente avranno conseguenze per mesi – o forse più – anche nel caso si raggiungesse un accordo.
Allarmanti le affermazioni del Commissario europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis a margine del Forum economico in Grecia. “Il nostro consiglio è di continuare con misure temporanee e mirate anche per limitarne l’impatto fiscale, perché lo spazio di manovra fiscale è già più limitato a causa del Covid-19 e della prima crisi energetica [innescata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia] nel 2022”..
Gli attacchi guidati da Stati Uniti e Israele rappresentano l’ultimo, e più grave, fattore scatenante dell’allarme rosso per l’economia europea. Già nel 2024, Mario Draghi aveva avvertito che l’Europa rischiava una “lenta agonia” se i suoi leader non avessero intrapreso riforme di vasta portata per recuperare il divario con la crescita più rapida di Cina e Stati Uniti.
Anzi dopo il forum Macron ha rincarato la dose affermando che Stati Uniti Russia e Cina sono apertamente contrari agli europei, mentre con il leader greco– e il probabile favore dell’Italia – chiedevano una dilazione del rimborso del piano di ripresa post-pandemia dell’UE e un maggiore ricorso al debito comunitario per finanziare le priorità di investimento del blocco.
La stagnazione economica che affligge l’Europa da anni si sta trasformando in la stagflazione, mentre l’aumento dei prezzi causato dalla guerra e si scontra con la debole crescita dei Paesi europei. Quella che inizialmente si prevedeva una crisi temporanea rischia quindi di avere effetti di più lunga durata Lo. e ha affermato lo Dombrovskis.
“Ci troviamo di fronte alla stagflazione, ovvero un rallentamento economico e un aumento dell’inflazione contemporaneamente” aveva dichiarato a POLITICO. “È quasi certo che dovremo rivedere al ribasso le nostre previsioni economiche [per l’intero anno] nella nostra previsione primaverile, nella seconda metà di maggio“.
Già Germania e Italia, che insieme rappresentano oltre un terzo del PIL totale dell’UE, hanno giàrivisto al ribasso le proprie previsioni economiche per l’intero anno.
Al vertice della scorsa settimana, i leader dell’UE hanno esaminato le proposte della Commissione per attenuare l’impatto della crisi energetica, tra cui tagli alle tasse sull’elettricità, programmi sociali per le famiglie vulnerabili, riduzioni dell’IVA, sussidi mirati per le tecnologie pulite, investimenti nelle reti energetiche e rifornimento coordinato dei depositi di gas.
Ma Bruxelles – e i governi nazionali a corto di fondi – possono fare ben poco. Molti paesi dell’UE sono ancora gravati da elevati debiti e deficit ereditati dai programmi di sostegno economico attuati durante la pandemia, lasciando poco margine per interventi come quelli messi in atto dall’Europa durante la pandemia e dopo l’invasione dell’Ucraina.
Questa la ragione per la quale la Commissione UE evita di proporre misure drastiche esortando i governi ad attenersi a un sostegno “mirato e temporaneo”, ovvero a intervenire solo laddove la situazione è più critica.
La crisi economica sta inoltre riaprendo la lotta tra i paesi del nord, più parsimoniosi, e gli stati del sud, che chiedono maggiore sostegno da Bruxelles.
I negoziati sul bilancio UE di 1.800 miliardi di euro per il periodo 2028-2034 si sono trasformati in un terreno di scontro perché i paesi del Nord vogliono contenere la spesa e destinare maggiori risorse alla difesa. Quelli del Sud sostengono di aver bisogno di sostegno economico.
A gravare sui negoziati c’è un altro conto da pagare: a partire dal 2028, l’UE dovrà iniziare a rimborsare 25 miliardi di euro all’anno del debito comune contratto per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia. «Ci siamo indebitati durante il Covid – ha detto Macron – Oggi qualcuno ci dice che dobbiamo ripagare in fretta.. È una follia».
