La guerra di Putin

La “campagna dei 40 giorni” di Zelensky fallisce l’obiettivo  del tavolo negoziale con una Russia sotto pressione

di Giuliano Longo (*)

L’operazione dei “40 giorni “ lanciata da Zelensky ed enfatizzata dall’Occidente è scaduta  senza raggiungere gli obiettivi che si riprometteva.

Certo ha inflitto e sta infliggendo danni rilevanti alla Russia, martellando il suo territorio e in particolare la Crimea, ma contemporaneamene sta creando danni altrettanto gravi alla econonomia ucraina con ilblocco dei suoi porti nel Mar nero, tanto che ieri Zelensky ha chiesto  una improbabile tregua per quel mare. (Leggi articolo ORE 12 di giovedì 13 agosto)

Se a questo aggiungiamo le rappresaglie missilistiche russe sulle più grandi città città e gli attacchi continui alle infrastrutture energetiche ucraine, alla fine I conti di Zelensky non tornano e vengono deluse le speranze delle elite europeee su una illusoria svolta del conflitto che giustifica nuovi e rilevanti finanziamenti e aiuti militari a Kiev.

Ma è sotto l’aspetto politico la “campagna” ha soprattutto mancato il suo obiettivo primario dichiarato da Zelensky :Utilizzare  una concentrazione ad altissima intensità di attacchi in profondità per “influenzare lo Stato aggressore” e costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo delle trattative a condizioni accettabili per Kiev.

Analisti indipendenti sottolineano come il presupposto stesso dell’operazione poggiasse su un errore di calcolo politico: l’idea che la “disruption” economica e logistica causata dai colpi a raffinerie, centri di distribuzione e infrastrutture critiche potesse generare un livello di pressione interna tale da piegare la determinazione del Cremlino.

Al contrario, Mosca ha dimostrato una capacità di assorbimento del danno sproporzionata rispetto alle aspettative di Kiev, assorbendo le perdite nel settore energetico e riorganizzando le catene logistiche senza concedere alcun margine sul piano diplomatico.

Putin non solo non ha mostrato la minima apertura verso un cessate il fuoco o un negoziato, ma ha risposto all’escalation con una spietata contro-offensiva sulle infrastrutture portuali ed energetiche ucraine.

Di fatto, il bilancio politico si chiude con un paradosso sfavorevole per l’Ucraina: l’operazione, pensata per dimostrare agli alleati occidentali la capacità di Kiev di ribaltare l’inerzia del conflitto e forzare la pace, ha finito per evidenziare i limiti invalicabili della sola leva tecnologico-militare con dronianche a lunga gittata, in assenza di un cambio di passo decisivo sul fronte terrestre.

Esaurita la finestra temporale dei 40 giorni, l’Ucraina si ritrova al punto di partenza, con la Russia tutt’altro che intimidita, un fronte Donbass sotto pressione costante e una leadership russa ancora meno disposta a cedere sui propri obiettivi.

Ora r molti analisti indipendenti si chiedono quali saranno gli sviluppi di un conflitto che rimane comunque asimmetrico per forza aerea , missilistica e terrestre a favore di Mosca.

L’opinione più favorevole  a Kiev è che il conflitto si stabilizzi come una pura guerra d’attrito. Ma l”Ucraina sta affrontando  una crisi  di reclutamento e un costante deficit di munizionamento, che la costringeranno a una posizione esclusivamente difensiva per tutto l’inverno

Fallito il tentativo di paralizzare le retrovie russe, l’iniziativa d’attacco a lungo raggio torna in mano a Mosca. Con l’approssimarsi dell’inverno, le infrastrutture elettriche e portuali ucraine rimangono il bersaglio primario. Per Kiev il rischio principale non è un crollo militare improvviso, ma il graduale soffocamento economico.

 La spaccatura tra le pretese territoriali russe e le garanzie di sicurezza pretese dall’Ucraina rende impercorribile qualsiasi cessate il fuoco nel breve periodo.

Gli analisti prevedono il consolidamento di una “zona grigia”, una situazione sospesa tra guerra guerreggiata ad attrito costante e un congelamento di fatto delle posizioni, dove la logica militare prevarrà su qualsiasi soluzione diplomatica.

Altre previsioni, meno favorevolia  Kiev, prevedono inverno rigido senza copertura energetica adeguata che non rappresenta solo una crisi umanitaria, ma un collo di bottiglia industriale e militare, che paralizza  la logistica ferroviaria, le riparazioni dei mezzi e la sussistenza della popolazione.

Parallelamente, con l’arrivo della “stagione del fango” (la rasputitsa) e il successivo congelamento del terreno, la guerra di droni e artiglieria ridurrà la mobilità dei veicoli blindati, trasformando la contesa in uno scontro ancor più statico e dispendioso.

In questo scenario, gli analisti  convergono su un giudizio di fondo: l’Ucraina non è sul punto di un crollo militare improvviso, ma si trova incastrata in un logoramento asimmetrico.

Senza una svolta nell’invio di munizionamento e sistemi di difesa aerea da parte degli alleati occidentali — unitamente a una riorganizzazione della propria catena di comando e reclutamento —, Kiev rischia di affrontare i mesi invernali con margini di manovra sempre più ridotti, dove la priorità non potrà essere la riconquista dei territori, bensì la semplice sopravvivenza dell’esercito e dello Stato.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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