di Wladymiro Wysocki (*)
Continua l’incessante ed estenuante bollettino di guerra delle vittime del lavoro.
A pochi giorni dalla pubblicazione dei dati INAIL – degli open data – il numero delle vittime, già superiore alla divulgazione, continua ad aumentare.
La prevenzione del lavoro, sano e sicuro, totalmente fuori controllo se analizziamo gli esiti degli infortuni.
Parole che si ripetono da anni, con le stesse dichiarazioni, ma dove i fatti concreti di obiettivi raggiunti non sono nemmeno all’orizzonte.
Parlare di prevenzione, di sicurezza nei luoghi di lavoro perde sempre di più credibilità.
Lo vediamo anche nei casi mortali dove le indagini si chiudono con un nulla di fatto – praticamente con nessun colpevole al netto di una misera sanzione per ricchi imprenditori – e che poi si riaprono, quasi per un rimorso di coscienza al grido di dolore dei parenti, alla ricerca del colpevole che prima era stato dichiarato assente.
Anche la giustizia non viene in aiuto, forse impreparata, a un tema così delicato, specifico nel quale la normativa è in costante evoluzione e di dubbia chiarezza anche per chi di questa materia ne fa la sua professione.
Normative poco chiare, contrastanti e contraddittorie, obblighi più che sensibilizzare le imprese a una vera cultura della sicurezza.
Infiniti tavoli di lavoro tra ministero, sindacati, conferenza stato regioni che poi si spacchettano in sotto lavori nelle decisioni libere e autonome di ogni regione con metodi e regole che si discostano dal quadro nazionale.
Confusione su confusione che non genera fiducia e chiarezza nelle imprese.
Un sentimento di malcontento tra i lavoratori – solita battuta “tanto non cambia nulla”; – a ogni corso di formazione, sempre che venga effettivamente fatto.
Facile dire che servono più ispezioni come se, il bastone della sanzione, fosse la cura a ogni rimedio.
In un disorientamento generale, anche nelle ispezioni, dove la sanzione sembra essere applicata a sentimento del momento e su libera interpretazione – e non su reale e dimostrata inapplicata normativa – che solleva discussioni e perplessità.
La cultura della sicurezza sembra proprio avere intrapreso una strada sterrata, senza una meta chiara ma solo finalizzata alla ricerca dell’ultimo provvedimento che impone ad aziende e imprenditori di ottemperare a un obbligo.
Obbligo che spesso non si ha contezza di come ottemperare per mancanza di linee guide o decreti attuativi.
Intanto gli effetti di una ingestibilità del settore sta portando a riscontrare vittime del lavoro di ogni fascia di età.
Giovani infortunati nel mondo scuola, lavoratori di fascia di età intermedia e prossimi alla pensione – fortunati a chi ci arriva – anche se sempre più lontana.
Se il lavoro non deve arrecare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – art. 41 della nostra Costituzione – a vedere oggi quello che accade, il lavoratore, specie in alcuni comparti quali, cantieri, trasporti, agricoltura, sanità, sono più degli eroi che devono combattere con un nemico oscuro per portare a casa non solo lo stipendio ma anche la vita.
Non sorprende più di tanto che nel 2025, dal rapporto annuale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), sono risultate il 74% delle aziende irregolari, del resto con questo riscontro non poteva essere diversamente.
Così continuiamo a dare memoria storica e chiedere giustizia e prevenzione a tutti coloro che continuano a cadere a causa del lavoro.
Forse, ultimo della cronaca, è il lavoratore di 50 anni morto in una azienda di lavorazioni delle carni di Villamassargia, nel Cagliaritano, il quale è stato raggiunto nella lista delle vittime pochi giorni prima da tre operai uccisi in Val Venosta, Cagliari e Brescia.
Una scia rossa che non si ferma, tra mille carte di normative che non sortiscono alcun effetto alla tutela della vita umana.
(*) Giornalista
