Politica

La Storia – Saragat, un padre della Repubblica/1

Un Antifascista, un Turatiano della prima ora, un Padre della Repubblica, un Politico e un raffinato intellettuale, vittima della “damnatio memoriae”.  Proviamo a restituire alla storia un’altra verità.

 

di Umberto Costi (*)

 

A chi si occupa di storia o di storiografia raramente capita d’imbattersi in citazioni sulla figura di Giuseppe Saragat, fondatore della Socialdemocrazia italiana, Presidente dell’Assemblea Costituente, Presidente della Repubblica. Un padre della Patria, insomma, che sino agli ultimi momenti della sua esistenza, per quanto poteva, vigilò sulla sorte della democrazia in nome della Costituzione. Lasciò questa vita con in bocca le parole pronunciate da San Paolo nel rivolgersi a Timoteo, un giovane da lui stesso circonciso:” Quanto a me …ho terminato la mia corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Occorre peraltro dire che tali riconoscimenti non gli vennero tributati in base a rapporti di forza, poiché il P.S.L.I, partito da lui fondato nel gennaio del 1947 e nel 1952 ridenominato P.S.D.I.,non sfiorò mai le vette dei grandi numeri. Venne dunque chiamato a tali prestigiosi incarichi per la sua profonda cultura, per la fiducia che riscuoteva come democratico e antifascista, per l’amore verso la Patria nonché per le notevoli qualità di uomo di Stato. Pur non godendo del favore delle masse, Saragat guardò sempre lontano, forse troppo lontano per essere capito. Fu la storia a incaricarsi di prendere atto delle ragioni che avevano ispirato la sua azione politica e di governo. Per questo motivo è opportuno restituirlo alla giusta dimensione storica. Egli fin dai suoi primi esordi sui prosceni congressuali del socialismo fu turatiano e fu turatiano perché si sentiva socialista. È passato infatti alla storia il grande abbraccio che il giovane Saragat ricevette da Filippo Turati e da Claudio Treves al termine del suo intervento al convegno del PSU di fine marzo 1925; un abbraccio, quello dei due leader, che ebbe il latente ma pregnante significato di un’investitura. Si era nel primo dopoguerra, e già il futuro leader parlava di riformismo socialista, portando in sé la predisposizione a innestare la libertà e la democrazia nei principi generali del socialismo umanistico e marxista. Semi, questi, che anche durante l’esilio viennese, giovandosi dell’Austromarxismo di Friedrich Adler e di Otto Bauer, avrebbe coltivato. Con lo pseudonimo Spartia pubblicherà nel 1929 un saggio “Marxismo e democrazia” in cui recava interessanti e innovative interpretazioni del pensiero di Marx , per conciliarlo con i principi liberali e della democrazia come valori irrinunciabili del socialismo; e chissà che più oltre non abbia rafforzato queste coraggiose, per l’epoca, riflessioni umanistiche prendendo coscienza dei “Manoscritti economico – filosofici del 1844 del giovane Marx. Giuseppe Saragat nel panorama socialista di quel complesso periodo storico, si pone come un acuto, non pedestre, studioso di Marx e del marxismo. Vanno lette anche in questo quadro le sue adesioni ai patti di unità d’azione firmati dal P.S.I. di Pietro Nenni con il P.C.I., tutte scelte sempre giustificate dalla necessità dell’unità delle sinistre in funzione antifascista e antinazista. Si trattò comunque di un processo molto travagliato e nel quale Stalin, tramite il Komintern, sviluppava un’asfissiante pressione su tutti i partiti che guardavano all’URSS quale regno delle libertà democratiche e del benessere. Il P.S.I. di Nenni vi andò soggetto sin dai primi anni ʼ20, restandovi invischiato di tal maniera, da creare le condizioni nel 1947 della scissione di palazzo Barberini. La scissione fu talmente profonda e così drammaticamente vissuta che provocò la rottura anche dei rapporti umani tra Nenni e Saragat. Incontrandosi occasionalmente nei corridoi di Montecitorio evitavano persino di salutarsi.  Fu quella la stagione della “Guerra Fredda” e dei governi centristi più o meno dinamici, come li definì Saragat illudendosi di mantenere un’apertura nei confronti del P.S.I. e per impedire uno slittamento verso destra da parte del mondo cattolico. Se i socialdemocratici si impegnarono in un’alleanza con la D.C. e i partiti filoccidentali, Nenni e Togliatti scelsero la Russia. Nel mondo spaccato in due emisferi geopolitici e militari si era obbligati a stare con l’America o con la Russia sovietica. Nenni, tra l’altro, si vide assegnare il “Premio Stalin per la pace” ritirato a Mosca nel 1952, premio che nel 1956 avrebbe restituito dopo la sanguinosa repressione ungherese ad opera del Patto di Varsavia. Il polemico gesto seguiva la denuncia dei crimini staliniani così come l’aveva documentata a febbraio dello stesso anno Krusciov nel XX Congresso del P.C.U.S. Dal canto suo Saragat ,durante l’esilio in Francia, scrisse nel 1936 l “Umanesimo marxista”  che gli procurò una buona fama negli ambienti del socialismo europeo. Vi è in esso una messe di citazioni marxiane: esse vanno dal “Capitale” al “Manifesto dei comunisti del 1948”, da “L’ideologia tedesca” a “La sacra famiglia”, e alle “11 tesi su Feuerbach”. Desta meraviglia che nel distico de “L’umanismo marxista” figurino versi del “Faust” di Wolfgang Goethe, il poeta che Saragat eleggerà a suo punto di riferimento per molte delle sue riflessioni storiche, filosofiche ed esistenziali. Ecco il distico:” Tutta l’azione, tutta la lotta diventa pace eterna in Dio, il Signore”. La pace, dunque, non si configura nei termini di un lasco e ipocrita pacifismo, ma come un bene che si conquista attraverso una lotta perenne, perché destino dell’uomo è di lottare in vista di un perfezionamento che annulli la tendenza all’egoismo che giace dentro di lui. Sembra quasi che nella marcia verso l’umanizzazione dei rapporti umani il giovane Saragat immagini una pace che si compia in un avvicinamento ad un trascendente predisposto a ricomprendere la finitezza del mondo in una progressiva dimensione infinita. Come non supporre che il suo amato Goethe cercasse e trovasse Dio “in herbis et lapidibus”? Più realisticamente, sembra di poter dire che Saragat in queste meditazioni punti a coniugare un pensiero idealista con un concreto pensiero socialista. Dentro questa latente spiritualità si annida l’ansia intelligente di un’apertura culturale che via via lo distinguerà da molti compagni del PSI. L’indole umana, ad esempio, si differenzia da quella di Nenni sia sul piano del temperamento sia su quello dei rapporti con le masse. Nenni è l’oratore che le smuove e le coinvolge in un vortice di entusiasmi, Saragat, che pure le ama, si batte anch’esso per la loro totale emancipazione ma è il conferenziere da aula universitaria o da circolo culturale. Non per niente Nenni lo definiva “il mio filosofo”. Assiso metaforicamente sul pilastro degli insegnamenti dei padri del riformismo quali furono Turati, Treves e Matteotti e fedele ai suoi impulsi morali, nel tempo non gli rimase difficile distinguere il costitutivo gradualismo del socialismo democratico dal socialismo massimalista e filo-comunista del P.S.I. di Pietro Nenni. Tuttavia, l’abisso si manifestò nei confronti del comunismo di Palmiro Togliatti che, nel mondo bipolare, lui giudicò una pedissequa cassa di risonanza del comunismo sovietico. All’interno di una ideologica posizione di sinistra giunse a considerare l’Atlantismo e la Nato “Scelte di civiltà e della civiltà”.

(*) Segretario Nazionale di Socialdemocrazia SD

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