Primo piano

L’Economia Civile: un paradigma che si riappropria della complessità sociale

 

A colloquio con la professoressa Catia Eliana Gentilucci (nella foto), storica del pensiero economico, docente di Economia delle imprese e di Economia Civile e direttrice della rivista Studi Economici e Sociali

di Giuseppe Onorati

“Nel Paradiso dei fisici o all’Inferno dei sociologi?”. Questa domanda se la pose in un articolo Giorgio Ruffolo, economista e brillante intellettuale (nonché dirigente politico di una fertile stagione di storia italiana), riferendosi al destino categorico da assegnare agli economisti. Con il consueto modo letterario ed ironico, centrava il problema che attanaglia gli economisti, ossia se darsi uno status di scienziati “duri”, custodi di un sapere esatto (come in particolare è per la meccanica razionale) o di ricercatori che navigano nel mare magno della complessità e dell’incertezza, quello proprio delle scienze sociali, a cui ci si può approcciare solo con il probabilismo.

Più precisamente, nella storia del pensiero economico, la “pretesa di esattezza” l’hanno rivendicata alcune scuole, mentre altre, non soltanto non hanno mai presentato tale pretesa ma addirittura, hanno lavorato a teorie per inseguire il più possibile la complessità storico-sociale, criticando epistemologicamente l’irrealismo  fondante di teorie “esatte” ed evidenziando perlopiù implicitamente, come l’economista sia uno scienziato sociale che è partecipe dell’oggetto che studia, con suoi valori, interessi e tendenze di pensiero, anche in proiezione trasformativa della società.

Dall’antichità ci si occupa di economia, con Paltone ed Aristotele che scrivono e speculano in merito, da filosofi, in modo complesso, considerando l’economico necessariamente legato all’uomo, alla morale ed all’organizzazione politica e per diversi secoli su questo sentiero si penserà all’economia. E ’nel ‘700 con l’Illuminismo che la società moderna prende forma, con la differenziazione dei vari sottosistemi (politico, giuridico, economico, etico-morale, culturale) ed in questo contesto inizia a diventare una scienza autonoma l’economia.

Il saggio Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, pubblicato nel 1776, del filosofo morale scozzese Adam Smith, segna la nascita dell’economia politica, aprendo la strada a quel corso di pensiero che verrà definito Classico. Adam Smith, esponente dell’Illuminismo scozzese, cerca di capire come le società possano crescere e svilupparsi in modo che il bene di ognuno corrisponda al benessere collettivo; la sua è un’analisi nella quale partendo dal corredo filosofico e misurandosi con dati empirici ed informazioni storiche, arriva a concludere che ognuno, lavorando per raggiungere il proprio interesse porta al benessere collettivo per un processo di meccanica che va al di là della visuale singola e che Smith chiama Mano invisibile, espressione parecchio impiegata dai suoi posteri, ai limiti dell’abuso. La Mano Invisibile identifica il mercato, che ordina e coordina le scelte dei singoli, e con l’efficienza guadagnata grazie alla divisione del lavoro, porta al meglio (più tardi si dirà all’ottimo) per ognuno e la collettività;  tuttavia, questo processo può funzionare, secondo l’autore, soltanto se alla base c’è un legame simpatetico che tenga insieme la comunità umana e sociale. Ecco come il pensiero classico nasce considerando sì una meccanica dell’utile ma all’interno di un necessario quadro etico e sociale che ne permetta la resa.

Più tardi, nella prima metà dell’800, altri due pilastri daranno un grande contributo alla storia del pensiero economico classico: David Ricardo e Karl Marx. Alla luce del grande sviluppo e modernizzazione che la Prima Rivoluzione Industriale sta portando in Inghilterra, i due pensatori guardano al sistema economico riferendosi alla ormai delineata società capitalista, imperniando le loro teorie sulle dinamiche storico-sociali di conflitto distributivo fra le classi antagoniste, con Marx che addirittura evidenzia contraddizioni catastrofiche del sistema capitalista, prospettandone un superamento.

Dunque la scienza economica nasce piantando bene i piedi nella considerazione del contesto storico-sociale ma sul finire del secolo, sulla scia positivistica, un economista francese, Leòn Warlas mette a punto una teoria di meccanica razionale del comportamento economico: l’Equilibrio Economico Generale. La società è vista come un insieme di individui-atomi, razionali, che programmano le loro scelte in funzione della massimizzazione del proprio vantaggio; grazie alle interazioni di mercato, previo comportamento razionale, raggiungono ciascuno il proprio obiettivo e da ciò ne risulta una situazione di equilibri su tutti i mercati. Quella di Warlas è una teoria assiomatico-deduttiva, che rielabora il concetto di Mano Invisibile (inizierà il corso di pensiero Neoclassico dell’economia, parallelo e simile nell’impostazione a quello della scuola austriaca) in termini astorici e con elevato grado di astrazione ma, nonostante il forte fondamento irrealistico, avrà molto peso negli sviluppi della scienza economica e scelte istituzionali.

Infatti, la teoria dell’Equilibrio Economico Generale, sostiene il libero scambio nei mercati e le politiche che questo debbano garantire con presenza minima dello Stato, almeno fino alla crisi del 1929, quando la recessione e la disoccupazione dilaganti, dimostrano che le forze spontanee di mercato non riescono a cambiare l’andamento drammatico. E’ così che entra in scena John Maynard Keynes, con un cambio di paradigma, secondo il quale a cardine di un sistema economico c’è la domanda aggregata, che va sostenuta dall’intervento pubblico in funzione anticiclica, sia negli investimenti (con la spesa pubblica), sia nei consumi (distribuzione diretta ed indiretta). La sua “rivoluzione copernicana” effettivamente prova la sua efficacia combattendo la disoccupazione e portando a risultati di crescita, tanto che alla sua lezione s’ispireranno costituzioni e politiche, soprattutto in Europa, nel Secondo Dopoguerra.

Dopo “un’onda lunga keynesiana” di quasi un trentennio (con risultati stupefacenti in positivo, tanto da definire il periodo Trentennio Glorioso), nei Paesi sviluppati, con la crisi petrolifera e delle materie prime e la conseguente stagflazione all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, prende il via una reazione al keynesismo da parte del Monetarismo, d’impostazione neoclassica e di teorie ibride come la Sintesi Neoclassica. Da questo momento prende il via una progressiva presa egemonica in ambito accademico ed istituzionale da parte delle teorie di stampo neoclassico, che saranno funzionali a fondare politicamente e culturalmente il Neoliberismo e soprattutto giustificheranno gli interventi di liberalizzazione dei movimenti di capitali, i quali costituiranno il fattore fondamentale per lo sviluppo del capitalismo finanziario dagli anni Ottanta del ‘900 fino ad oggi.

Nonostante le crisi degli anni Ottanta e Novanta, la falcata del capitalismo finanziario non si è arrestata, né l’egemonia accademica delle teorie che lo hanno promosso è stata scalfita.

Con la crisi struttural-finanziaria iniziata nel 2007 però, sia in ambito accademico, che di opinione pubblica, si è mossa una offensiva critica alle teorie neoclassiche, anche se tutto sommato non sembrerebbe esserci stato un rovesciamento nei rapporti di forza. L’elemento proficuo che comunque questa sollevazione critica ha portato, è stata l’offerta sul tavolo di nuovi spunti epistemologici per affrontare le sfide che la crescente complessità sociale presenta alla scienza economica.

Oltre alla risposta post-keynesiana sempre valida e sempre intrinsecamente votata ad affrontare scenari complessi, si sono affacciate nuove visuali paradigmatiche, come l’economia ambientale (che annovera il sempre troppo poco ricordato Georgescu Roegen come esponente di spicco), la quale presenta il sistema economico immerso negli ambienti sociale e naturale e con questi in interazione di adattamento e l’Economia Civile.

Quest’ultimo è un paradigma che si origina dall’opera di un grande esponente dell’Illuminismo napoletano, Antonio Genovesi autore dell’opera del 1765 Lezioni di commercio ossia di economia civile , da cui appunto il nome. L’opera di Genovesi (la cui cattedra di economia consta essere la prima nella storia) ha avuto una gran risonanza anche in ambienti europei e per certi versi, quantomeno cronologici, ha anche anticipato Adam Smith, col pensiero del quale si riscontrano analogie.

Anche Genovesi pensa che gli scambi di mercato siano il volano per lo sviluppo ed il progresso della società; anch’egli asserisce che l’interesse di ognuno nello scambio di mercato si coordini con quello altrui, rendendo beneficio all’intera collettività. Tuttavia, rispetto alla visione smithiana, pone una forte enfasi esplicita sul senso di responsabilità etico-sociale che ogni uomo abbia nell’agire; il mercato è lo spazio etico-civile di mutua assistenza e reciprocità in cui si persegue il proprio interesse pensando contemporaneamente a realizzare il benessere altrui e della società (virtù civili e bene comune). Su queste linee paradigmatiche da qualche anno si è sviluppato un movimento di ripensamento critico della scienza economica, che in Italia ha visto come apripista gli economisti Stefano Zamagni e Luigino Bruni. La sfida lanciata sta nel riconsiderare da un punto di vista socio-istituzionale ed epistemologico le economie delle società complesse contemporanee, considerando l’interazione fra Stato, Mercato e Società civile, orientati alla realizzazione del bene comune.

C’è un libro che già dal titolo presenta una dichiarazione d’intento che l’Economia Civile ha: Economia civile. Immaginare una società migliore. La sua autrice è la professoressa Catia Eliana Gentilucci, storica del pensiero economico, docente di Economia delle imprese e di Economia Civile e direttrice della rivista Studi Economici e Sociali a cui ci si è rivolti per approfondire il discorso sull’Economia civile.

 

Professoressa Gentilucci, quale definizione potremmo dare all’Economia Civile?

Inizio con la definizione di economia civile che ho indicato nel mio libro: “Una struttura di pensiero volta a determinare come promuovere il progresso civile, attraverso le interazioni sociali, mettendo il benessere delle persone al centro del complesso meccanismo economico” (p. 14).

Tale approccio ha radici lontane nel mondo culturale del mediterraneo da: Aristotele, San Francesco, San Tommaso D’Aquino, Scuola di Salamanca, Rinascimento italiano, fino alle Encicliche sociali da Papa Leone XIII a Papa Francesco.

Affronto le radici dell’economia civile nell’ultimo capitolo del libro, dove le riassumo anche in una tabella finale. Sò che, di solito, si parte dalla storia, ma ho scelto un percorso diverso: prima introdurre il lettore a che cos’è l’economia civile e a ciò che la distingue dagli altri approcci economici; poi affrontare le questioni contemporanee e, solo in seguito, risalire alle sue origini. Ho pensato che, una volta comprese le peculiarità attuali, risulti più interessante e suggestivo scoprire come esse si siano formate nel tempo. In fondo, si tratta di un libro che può essere letto anche per temi, saltando liberamente da un capitolo all’altro.

Tornando alla definizione dell’economia civile, possiamo dire che studia i possibili modi attraverso i quali innovare l’organizzazione sociale al fine di migliorare i livelli del benessere collettivo, ponendo al centro del ragionamento la persona, le relazioni e il bene comune.

A differenza dell’economia tradizionale, che spesso si concentra solo sul profitto e sull’interesse individuale, l’economia civile vede l’attività economica come uno spazio di cooperazione, reciprocità e valori sociali.

Rappresenta una visione alternativa rispetto al paradigma economico dominante (che misura il successo in termini di efficienza, cioè nella capacità di massimizzare i profitti riducendo i costi e aumentando la produttività, spesso a discapito del lavoro o della qualità delle relazioni umane), poiché  punta all’efficacia, intesa come capacità di generare risultati socialmente positivi.

In questa prospettiva, l’attività economica non è solo un meccanismo per soddisfare desideri individuali, ma un processo che risponde ai bisogni delle persone e promuove il benessere collettivo. È una differenza concettuale profonda: non si tratta soltanto di “fare bene le cose”, ma di “fare bene le cose giuste” (se vogliamo: non si tratta di “fare in modo efficiente le cose” ma di “fare con efficienza le cose efficaci per la collettività”.

Un altro punto chiave riguarda la diversa concezione dell’essere umano. L’economia tradizionale si fonda sul modello dellhomo oeconomicus, un individuo razionale e calcolatore, orientato esclusivamente al proprio interesse personale. L’economia civile, invece, si riconosce nell’homo reciprocans: una persona capace di agire con reciprocità e umanità, che persegue i propri obiettivi tenendo conto degli altri, del bene comune e del rispetto dei diritti umani.

In sintesi, l’Economia Civile restituisce all’agire economico la sua dimensione più autentica e umana: quella di un’economia che non si limita a creare ricchezza, ma che fa bene facendo del bene.

 

Potremmo considerarlo un nuovo paradigma che si offre per superare le irrealistiche e semplificatrici visioni teoriche basate sul meccanicismo utilitaristico, che riducono l’antropologia alla categoria dell’homo oeconomicus?

Sì, come detto, l’Economia Civile è un nuovo paradigma che si propone di superare le visioni riduttive dell’economia basate sul meccanicismo utilitaristico. Essa recupera una prospettiva più realistica e umanistica, in cui l’agente economico (del mercato privato o del terzo settore) è un essere relazionale, capace di cooperazione, fiducia e gratuità.

Nel mio libro metto proprio in evidenza che l’Economia Civile restituisce all’analisi economica la sua dimensione etica e comunitaria, mostrando che il mercato può essere anche un luogo di collaborazione e solidarietà, non soltanto di competizione.

Proprio la differenza nell’interpretare il ruolo degli agenti economici (individui-consumatori e imprese-produttrici) all’interno del processo economico determina la distanza tra l’Economia Civile e quella tradizionale. Infatti: se per l’economia tradizionale, l’individuo è un soggetto apatico e neutrale, isolato dal contesto in cui vive e guidato solo dall’istinto di massimizzare il proprio tornaconto (profitto per le imprese e utilità per i consumatori); per l’Economia Civile la persona, con le sue peculiarità identitarie, è il fulcro del sistema sociale ed economico, capace di relazionarsi con gli altri (beni relazionali) e di generare valori etici (qui la ricchezza di un territorio non è misurata dal suo Prodotto Interno Lordo ma dal Benessere Equo e Sostenibile . Avrei qualche commento sul concetto di sostenibilità, ma poi andrei fuori tema. Dico solo che è ormai un termine abusato e spesso utilizzato in modo improprio. Nel mio nuovo lavoro di ricerca sto approfondendo questa riflessione).

Attraverso il concetto di persona superiamo il problema della omologazione stereotipata del soggetto consumatore per adottare un concetto antropologico che valorizza i singoli soggetti nelle loro unicità identitarie (culturali, religiose, di genere).

La persona è un “io-curante” (di Elena Pulcini) che si prende cura dell’Altro e del contesto socio-ambientale. Si entra in una prospettiva di ecologia sociale (che sto sviluppando nell’attuale lavoro di ricerca).

 

Rispetto alla società in cui pensava e scriveva Antonio Genovesi, oggi siamo dinnanzi ad una grande complessità e l’Economia Civile (come anche nel suo libro è ben delineato), si candida ad affrontare le problematiche delle attuali società sviluppate ma non soltanto, alla luce di questa alta complessità. Si potrebbe inscrivere l’Economia Civile in quella classe di teorie sociali che si basano su una epistemologia della complessità in cui, per studiare realisticamente un sistema, lo si deve considerare nella sua continua interazione con l’ambiente?

Sì, senza dubbio. L’Economia Civile può essere letta oggi come un approccio che ben si concilia (va a braccetto) con l’ecologia sociale (altro aspetto che sto approfondendo nel mio nuovo lavoro) e con l’epistemologia della complessità.

Non accettare l’economia tradizionale significa non accettare il riduzionismo e l’analisi lineare su cui è fondata. Il nostro ecosistema è un sistema socio-economico-ambientale complesso (una complessità organizzata) tale che richiede strumenti di analisi che integrano le scienze sociali, economiche e biologiche e, soprattutto un’apertura della conoscenza verso il nuovo senza timori oscurantisti.

Pensare al nostro sistema come complessità vuol dire anche comprendere le dimensioni dello spazio e del tempo, categorie fondamentali per contestualizzare i modelli economici e che sono, invece, escluse dai modelli tradizionali per semplificare l’analisi.

Se contestualizziamo nel tempo e nello spazio le scelte e le azioni economiche potremmo emanciparci dal riduzionismo dell’economia marginalista neoclassica del secolo XIX e tornare all’economia classica e umanistica da A. Genovesi a K. Marx. Oltretutto questo ritorno all’economia classica si concilia bene con le emergenze attuali: impoverimento delle aree interne e marginali, spopolamento e denatalità.

Un’economia più vicino ai bisogni delle persone si preoccupa di dare risposte ai bisogni che provengono dal basso, dalle comunità; e adotta strumenti che rigenerano i territori locali con modelli di economie di prossimità, economie circolari e trasformative in funzione della disponibilità del capitale sociale nel rispetto dei tempi della natura.

Ritornano lo spazio ed il tempo come categorie che danno tridimensionalità e profondità di veduta al ragionamento economico, non lo appiattiscono sugli interessi dei mercati finanziari. “Glocalità” al posto di delocalizzazione; “coopetition” al posto della competizione fine a se stessa. È un riprendersi cura dei propri territori con responsabilità sociale.

In questa ottica l’impresa, il mercato e le istituzioni diventano nodi di una rete in continua interazione con l’ambiente, dove la cooperazione, la fiducia e il bene comune diventano elementi strutturali del sistema. Una Governance multilivello tra istituzioni, terzo settore e cittadini.

Possiamo forse affermare che l’economia civile può essere vista come una “analisi dell’interdipendenza”, capace di interpretare la complessità contemporanea e di proporre modelli economici più sostenibili (in senso sociale, economico e ambientale), inclusivi e umani (possiamo dire che si concilia anche con l’approccio alla Teoria delle reti).

 

 

Nell’Economia Civile sono rintracciabili elementi delle teorie classiche, in particolare marxiana, post-keynesiane, istituzionaliste e dell’economia ambientale?

Si anche da quel che abbiamo detto prima, nell’Economia Civile si possono certamente rintracciare elementi e consonanze con economie contemporanee attente all’ambiente e all’impiego sostenibile delle risorse umane e ambientali. A tal proposito nel mio attuale lavoro sto affrontando la questione del tempo-lavoro e del tempo-libero declinato al sociale. Una economia più giusta deve dare spazio al tempo libero affinché questo possa diventare risorsa (banca del tempo) per la collettività e possa, così aumentare il valore dei beni relazionali e del benessere sociale (qui si entra nella distinzione tra PIL e BES).

Dalla tradizione marxiana, l’Economia Civile riprende la critica alle forme di alienazione e di riduzione dell’uomo a mero strumento produttivo, sottolineando la necessità di restituire centralità alla persona e al lavoro come dimensione di realizzazione e di senso.

Dalla prospettiva post-keynesiana, eredita l’attenzione alla domanda effettiva, al ruolo dello Stato e delle istituzioni nel promuovere equità, stabilità e coesione sociale. Declinando e criticando l’approccio monetarista a cui si ispira l’attuale approccio dell’ “Economa sociale di mercato” (p. 14) (adottata dall’Unione Europea). Nel libro di Economia Civile faccio un inciso chiaro sui pericoli di politiche economiche monetarie restrittive che impongono austerità (e aumento della disoccupazione, periodo Merkel-Renzi) pur di essere fedeli ai criteri del Patto di Stabilità Economica (p. 97). Patto derogato più volte, dal Covid in poi, proprio per l’asfissia economica che impone ai paesi membri dell’UE. L’Economia Civile propugna, un controllo dell’inflazione, ma con politiche che danno respiro alla domanda aggregata, ai bisogni sociali. Seppur ora aleggia l’ombra della insostenibilità ambientale di tali politiche (il Green New Deal ne è una prova).

L’Economia Civile, infatti, mostra una forte affinità con l’Economia Ambientale e la Green Economy (da p. 142 tratto in modo critico, ovviamente, il problema della mercificazione dell’ambiente, analizzando i contributi inascoltati del Club di Roma, di Giovanni Demaria, di N. Georgescu-Roegen e di Epicarmo Corbino).

Dall’approccio istituzionalista, condivide la visione dell’economia come sistema immerso nelle relazioni sociali, culturali e normative, dove la fiducia e le regole condivise sono fondamentali per il buon funzionamento dei mercati.

Pertanto, possiamo dire che l’economia civile si presenta come un orizzonte teorico interdisciplinare capace di dialogare con le principali tradizioni economiche moderne, ricomponendole in una visione unitaria fondata sul bene comune e sulla relazionalità umana.

 

 

Dagli anni Settanta circa del secolo scorso, quasi per un movimento di reazione al Keynesismo, in ambito accademico e in diversi settori istituzionali hanno preso piede le teorie di stampo neoclassico, anche ibridate col keynesismo. Queste hanno avuto un ruolo propulsivo nel permettere la crescita del capitalismo finanziario dagli anni Ottanta fino ad oggi, nonostante varie crisi verificatesi, con quella gravemente strutturale avvenuta nel 2007. In seguito a questa crisi è sembrata muoversi una certa critica in ambiente accademico, ma pare non sufficientemente per scardinare i rapporti di forza. E’ così? Soprattutto qual è la situazione attuale all’interno dell’accademia italiana?

 

La domanda è veramente complessa, tocca diversi temi e richiede una risposta articolata per punti:

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha messo in evidenza limiti strutturali del modello neoclassico: indebitamento eccessivo, bolle speculative, squilibri globali, disuguaglianze crescenti. Dopo la crisi, in molti paesi sono intervenute politiche macroeconomiche espansive, regolamentazioni finanziarie più rigorose (in misura variabile) e un rinnovato interesse per teorie alternative viste sopra:  keynesiane, post‐keynesiane, istituzionaliste, dell’economia dello sviluppo, Economia Ambientale.

Nonostante ciò, però, le cose non sono cambiate molto. Da un lato, pur avendo guadagnato terreno, questi nuovi approcci non sembrano aver cambiato radicalmente l’assetto dominante: il paradigma economico mainstream rimane largamente influenzato dai modelli neoclassici (specie in macroeconomia, finanza e teoria dei mercati) ispirati alla individuazione di astratti punti di equilibrio.

Dall’altro, le istituzioni internazionali, gran parte della letteratura accademica e l’analisi economico-politica ufficiale tendono ancora a privilegiare approcci che enfatizzano l’efficienza, la competizione, il libero mercato, la stabilità monetaria (spesso per interessi elettorali); meno la dimensione etica, i limiti ambientali e la giustizia distributiva (aspetti propugnati invece dall’Economia Civile).

Anche nelle politiche pubbliche: molte misure post-crisi (austerità, consolidamento fiscale, politiche monetarie restrittive) hanno mantenuto un’impostazione che seppur riconosce i limiti strutturali del mercato, non sempre sposta il baricentro teorico verso visioni radicalmente alternative.

Quindi alla fine, nonostante che la crisi finanziaria del 2007 ha messo in guardia i mercati e il sistema finanziario sulla debolezza teorica del pensiero mainstream, per migliorarne l’approccio poco è stato fatto (a livello dei focus di ricerca, della politica e quindi anche accademico).

Nel mio testo al riguardo accenno a tre categorie di pensatori: i conservatori, i romantici e i visionari. Sostenendo che i primi sono gli autori legati al mainstream più radicato; i secondi, i romantici, propongono di correggere il paradigma dominante con elementi di novità spesso declinati a variabili che tengono conto dell’incertezza, della complessità e dell’imperfetta informazione (senza considerare che queste tre situazioni sono quelle con le quali noi effettivamente prendiamo le nostre decisioni tutti i giorni e a tutti i livelli).

Infine, i visionari sono coloro che, come gli autori dell’Economia Civile, si aprono a modelli alternativi nuovi che conciliano i bisogni dell’uomo con i bisogni sociali, la solidarietà con l’individualismo. Questi approcci, però,  sono tendenzialmente marginalizzati e considerati secondari dal pensiero accademico perché non rappresentabili in equazioni lineari e deterministiche (ma nella vita di tutti i giorni quante equazioni lineari incontriamo per strada? Quante situazioni possiamo rappresentare in modo coerente e determinato in una funzione? Zero, nessuna!…Eppure il mainstream, rappresentato dalla barzelletta “Se avessi un apriscatole”, basato su ipotesi irrealistiche ha sempre la meglio).

Queste ultime riflessioni ci portano all’ultima parte della domanda: l’attuale situazione nell’accademia italiana. A mio giudizio è la seguente:

  1. a) Seppur esiste una produzione accademica critica (intesa come articoli, saggi, pubblicazioni in riviste nazionali e internazionali che si interrogano sulla finanziarizzazione dei mercati, le disuguaglianze, i limiti della crescita, il cambiamento climatico, la sostenibilità) questa fa fatica a influenzare la policy o le istituzioni accademiche più conservative che detengono il controllo delle carriere.
  2. b) Di conseguenza, modelli quantitativi, uso massivo di econometria, modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium) sono ben radicati e dominanti e sono difficili da mettere in discussione su scala ampia. Le metriche (indicatori di prestigio accademico) premiano ancora in molti casi approcci mainstream.
  3. c) Pertanto, sul piano operativo (sempre nell’ambito del settore disciplinare dell’economia), la struttura dei finanziamenti alla ricerca, le pubblicazioni internazionali e le riviste “top” favoriscono approcci più convenzionali o leggermente riformisti, scoraggiando quelli alternativi eterodossi.

Se in Italia vuoi fare carriera devi affermare ciò che il pensiero dominante sostiene; c’è poco spazio per il pensiero critico. Le riviste titolate per accedere alla carriera universitaria accettano solo lavori in linea con il pensiero convenzionale. È un problema scardinare il vecchio per il nuovo. Il conservatorismo e l’oscurantismo dilaga.

In questa omologazione accademica l’Economia Civile è valutata come approccio minoritario e di poco rilievo scientifico. Negli ultimi vent’anni grazie a voci autorevoli come S. Zamagni e L. Bruni  qualcosa sta progressivamente cambiando e l’Economia Civile sta guadagnando un po’ più di visibilità. Ma siamo sempre in una nicchia, a volte anche derisa.

Nonostante ciò, è presente in diversi corsi universitari (insegno Economia Civile da cinque anni all’Università di Camerino); la si può intercettare anche in master, convegni, e persino in ambito politico e istituzionale (in campagna elettorale) riguardo i temi del “bene comune” o dell’“impresa civile” della “solidarietà”, ma rimangono comunque accenni a un’economia di serie B per gli accademici.

Se poi, da questi primi passi, si riesce a dare all’economia civile un riconoscimento scientifico ampio e alto come quello acquisto dal pensiero dominante, non lo sò. Al momento, per quel che mi riguarda, da anticonformista e fuori dai giochi di potere proseguo con i miei studi e con le mie convinzioni.

 

 

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