“Sappiamo che la gente ha bisogno di farina, di acqua potabile, di medicine, ma non è solo quello. La cosa più importante è la presenza. Durante il tempo che trascorriamo insieme la gente passa un momento di festa, un momento di pace. Non si sentono abbandonati, non si sentono soli”. Così monsignor Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, in un’intervista a ‘la Repubblica’. “A Beirut – sottolinea – c’è una situazione ancora convulsa per quanto è accaduto martedì, senza dubbio il momento più difficile dall’inizio del conflitto. C’è stato un attacco a tappeto e contemporaneo in diversi quartieri e a sud del Paese. Dicono che ci siano più di mille feriti e parlavano di 250 o 300 morti, ma è una cifra che andrà verificata man mano che le macerie verranno sgombrate”. Secondo monsignor Borgia, “come in ogni guerra alla fine a fare le spese sono soprattutto i civili e in particolare i bambini e le persone vulnerabili. Finora si contavano circa 130 bambini deceduti. Questo è un dato doloroso. A Beirut ci sono circa un milione di sfollati. Anche al sud alcuni vivono in macchina, ho visto il lungomare pieno di macchine. Le persone che hanno lasciato i villaggi vivono condizioni di vita difficili e si domandano se potranno tornare e se troveranno ancora una casa”. “L’Unifil – aggiunge – fa un servizio eccezionale: monitora il cessate il fuoco, garantisce la sicurezza e l’accesso degli aiuti umanitari ai civili sulla zona della Blue Line, assiste le forze armate libanesi. Certamente attaccarla è deprecabile”. E, alla domanda se vede il rischio che i cristiani lascino il Libano, il nunzio apostolico a Beirut risponde: “Io spero di no, i cristiani come le altre componenti della società sono radicati in Libano, hanno una lunga storia. Certo il problema è offrire condizioni di vita accettabili: non dobbiamo dimenticare la crisi economica degli ultimi anni e la guerra dell’anno scorso”.
