di Riccardo Bizzarri (*)
“Panem et circenses” dicevano i Romani. Noi siamo passati al “bonus e ISEE”, con lo stesso entusiasmo di chi trova un buco nella rete e ci infila tutta la famiglia.
Sono certo che su questo articolo verro’ profondamente attaccato, insultato, verro’ considerato senza cuore, saro’ etichettato come borghese ma la verità, seppur scomoda, qualcuno deve dirla e sinceramente, dopo anni in trincea dietro una scrivania a “combattere” mi sembra il minimo sindacale.
Perché se c’è un posto dove il senso civico va a morire, è proprio lì: tra moduli ISEE, autocertificazioni fantasiose, e richieste al limite dell’assurdo. Dietro la mia scrivania ho avuto la “fortuna” di vedere l’Italia vera. Quella che non compare nelle statistiche dell’ISTAT, ma che rappresenta il cuore pulsante della nostra ipocrisia istituzionalizzata.
Il cancro sociale dei bonus non è una malattia improvvisa: è una metastasi coltivata con cura. Un sistema che non assiste chi ha bisogno, ma premia chi bara meglio.
La nascita della “famiglia-bonus”
C’è chi fa impresa. Chi lavora dodici ore al giorno, paga contributi, combatte con la burocrazia, e magari si sente pure in colpa se guadagna “troppo” per avere accesso a un sostegno.
E poi c’è chi vive immerso nella strategia del minimo fiscale: famiglia con tre figli, redditi zero (sulla carta), spese enormi (ma senza fattura) e un CAF compiacente a suggellare l’alchimia.
Il risultato? Bonus bebè, bonus affitto, bonus bollette, bonus spesa, bonus psicologo per lo stress da troppa carta da firmare. Lavoro regolare? Neanche a parlarne: altrimenti si alza l’ISEE.
E mentre il povero libero professionista si prende a schiaffi con la dichiarazione precompilata, la “famiglia-bonus” porta i figli in piscina (pagata col voucher), guida SUV usati intestati a parenti esteri e passa il pomeriggio al bar a lamentarsi dello Stato che “non dà abbastanza”.
“La legge è uguale per tutti” — dice la Costituzione. Ma da noi si applica a chi la rispetta, non a chi la conosce troppo bene.
Il welfare come fiction
Quello che chiamiamo welfare è ormai diventato una sceneggiatura comica, una di quelle brutte fiction pomeridiane: prevedibile, recitata male e con personaggi che ti fanno venire voglia di spegnere la TV.
C’è il giovane palestrato che entra al CAF con lo stesso tono con cui si entra in un’agenzia di viaggi: “Che bonus mi spetta quest’anno?”. C’è la madre arrabbiata perché la mensa scolastica non è gratuita come quella della vicina, che ha dichiarato 2.700 euro annui e vive in una casa da 250 mq intestata alla zia “residente a Dubai”. C’è il padre che rifiuta un contratto perché “sennò mi saltano tutti i sussidi”. E guai a provare a dire la verità. Guai a suggerire che forse un lavoro regolare, un piccolo sacrificio, un minimo di contributo al bene comune sarebbero più dignitosi.
Perché ti senti rispondere:
“Io ho diritto!” Diritto a cosa, esattamente? A vivere sulle spalle degli altri?
“Non domandarti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese” diceva John F. Kennedy. In Italia abbiamo fatto il remake: “Domanda tutto, offri niente.”
E poi ci sono gli immigrati del bonus, altra grande zona grigia che tutti fingono di non vedere.
Molti, non tutti, sia chiaro, hanno capito velocemente il gioco. E lo giocano meglio di noi. Arrivo, residenza, figli, nulla osta, assistenza gratuita, e via: parte il giro dei bonus.
Bonus affitto, bonus bollette, tessere prepagate, pacchi viveri, asili nido gratis, perfino il medico di base che compila i moduli.
Il lavoro? Magari qualche lavoretto, ma rigorosamente in nero. L’integrazione? Solo quando serve per ottenere di più. Senso di appartenenza? Nessuno.
Ma l’aggressività con cui si reclamano i “diritti” è degna di un dibattito parlamentare. E non provare a opporre resistenza, ché altrimenti sei razzista, disumano, insensibile.
Nel frattempo, gli italiani poveri ma onesti, quelli che davvero hanno bisogno, vengono sorpassati da chi ha capito che la cittadinanza più utile oggi è quella da furbo.
Il costo sociale? Enorme. Ma invisibile. In tutto questo, il danno economico è la punta dell’iceberg.
Il vero disastro è culturale. Abbiamo premiato la furbizia, idolatrato la menzogna, messo alla gogna chi lavora davvero e paga tutto. E lo Stato? Complice.
Fa finta di non vedere, perché la macchina clientelare serve consenso.
Serve un popolo dipendente, ricattabile, sempre pronto a chiedere qualcosa in cambio del voto.
“Il popolo si mantiene in uno stato di dipendenza per renderlo obbediente” scriveva Tocqueville.
In Italia l’abbiamo preso alla lettera.
E allora? Allora basta.
Basta con il buonismo di comodo, con la retorica della “gente in difficoltà” usata come scudo per legittimare la truffa.
Basta con la criminalizzazione di chi dice “no” a una richiesta falsa.
Basta col silenzio vigliacco di chi lavora nei servizi pubblici e non parla per paura.
Serve coraggio. Coraggio di denunciare, di smontare pezzo per pezzo questo sistema tossico, di dire che il welfare vero esiste solo se è giusto, misurato, controllato.
Chi ha davvero bisogno dev’essere aiutato.
Chi finge, dev’essere fermato.
Chi ruba, perché sì, è furto ma va chiamato col suo nome.
E chi ancora ha il coraggio di dire queste cose, merita almeno una pacca sulla spalla non credete?.
Perché nel Paese dei bonus, l’unico vero criminale è chi lavora in silenzio e non chiede niente.
